mercoledì 26 giugno 2019

INTERVISTA A HILARY SWANK "Le donne finiscono col convincersi che se non appari in un certo modo non sarai amata e che se non ti comporti in un certo modo, se non sei docile, non avrai successo"


Hilary Swank,  un attrice bravissima e bellissima. Un fisico asciutto per i suoi 44 anni. Da ragazzina ha vinto medaglie nel nuoto e nella ginnastica. Vincitrice, da attrice, di due premi oscar (Boys Don’t cry e Million dollar baby). Fino al 2018 era scomparsa dalla scena, o quasi. E’ stata protagonista, lo scorso anno, nella serie televisiva:   Trust , il rapimento Getty. Per questo film è stata spesso in Italia , dove ha trovato Roma come città che l’ha adottata per tutte le riprese del film.

“Amo l’Italia” dice sorridente “Avevo 16 anni quando ci sono venuta la prima volta , pensi che ho visto Milano prima di vedere New York e da voi ho sempre trovato persone che mi volevano bene che si prendevano cura di me”

Dove si era nascosta nel 2018?

“Non mi sono nascosta, sono rimasta a casa. Nel 2014 mio padre si è ammalato gravemente, sembrava avesse poco da vivere, a soli 65 anni. L’intervento salvifico, un trapianto di polmone, era comunque rischioso e complesso. E lui non aveva nessuno che si potesse occupare di lui. Ho deciso di farlo io. Ho seguito tutto il periodo ospedaliero e, dalla convalescenza in poi, si è trasferito da me, abitiamo ancora insieme”

E adesso come sta?

“Alla grande. Stamattina in casa è saltata la luce e mentre io sono rimasta a fare qualche telefonata, imprecando, lui è uscito per conto suo, tranquillo e in forma. Lo guardavo salire in macchina, ho sentito allontanarsi il rumore del motore e mi sono sentita felice, sorridevo da sola”

Un sacrificio che valeva la pena fare?

“Non lo considero un sacrificio. E’ stata una decisione istantanea. Non c’è film che possa competere con la necessità di stare accanto a una persona che ami mentre sta lottando per sopravvivere. Un film è solo un film”

Che cosa ha imparato in questa pausa?

“Tante cose su di me. Che cosa succede quando elimini ciò che ti ha definito quasi tutta la tua vita? In assenza della mia professione, ho cominciato a conoscermi meglio, a capire che posso fare anche altro. Non è stato facile arrivarci. Ma, alla fine, ho aperto nuove porte. Infatti, oltre a seguire gli impegni di mio padre, preparargli da mangiare, accompagnarlo dai medici, mi sono inventata un secondo lavoro che posso fare da casa: una linea d’abbigliamento molto comoda ma lussuosa nei materiali e nei design. Si chiama Mission Statement e la faccio produrre in Italia, ma la disegno e seguo tutto io, ne vado orgogliosissima”

Occuparsi dei genitori anziani è una sorta di maternità a rovescio?

“Non lo so, certo la popolazione in Occidente invecchia e la questione della cura degli anziani va affrontata famiglia per famiglia. Qui negli Stati Uniti, quando ho detto che cosa avrei fatto, qualcuno mi ha guardato con sorpresa. Forse, se fossi rimasta a casa per curare un figlio anziché mio padre, sarebbe stato più comprensibile. Ma voi in Italia, mi capite vero? Perché a me non è sembrato di fare una cosa eroica, ma la cosa giusta”

Il suo fidanzato di allora come prese questa decisione?

“Ai tempi non avevo un fidanzato, o meglio, avevo sì una relazione, ma lui viveva in Francia. Niente che potesse modificare l’equilibrio domestico”

A proposito di uomini, come ha vissuto negli ultimi mesi l’ondata di scandali e le reazioni che sono seguite?

“Credo fosse un terremoto necessario. La discrepanza di potere tra donne e uomini, non solo a Hollywood, è ancora grande. Ho provato ammirazione per chi ha raccontato cose che un tempo nessuna avrebbe avuto il coraggio di denunciare. Però, adesso, viene il passo successivo”

Che sarebbe?

“SE le donne vogliono più potere devono imparare a gestirlo”

Come direbbe Spider-Man, con il potere vengono grandi responsabilità?

“Esatto! Insomma, io non voglio essere maltrattata dalle donne esattamente come non voglio essere maltratta dagli uomini. Dobbiamo sostenerci, usando la solidarietà come arma vincente, sapendo che c’è spazio per tutte. Anzi, se tutti, uomini e donne, facciamo del nostro meglio in armonia, nessuno deve rinunciare al proprio ruolo per far brillare qualcun altro. Però dobbiamo essere umili, nell’indossare il potere”

Bello, un sogno

“Io credo che, nella lunga, sarà possibile, ho un’incrollabile fiducia nell’umanità”

Eppure, anche a lei sarà capitato di non essere rispettata sul lavoro?

“E a chi non è capitato? Quando sei una giovane attrice ti dicono continuamente che non sei abbastanza questo e che sei troppo quello. Sotto sotto, le donne finiscono col convincersi che se non appari in un certo modo non sarai amata e che se non ti comporti in un certo modo, se non sei docile, non avrai successo”

A lei cosa dicevano?

“Sciocchezze tipo che le mie labbra erano troppo grandi per lo schermo e che dovevo tagliarmi i capelli così e vestirmi così, tutti tentativi di controllo sull’immagine che ai maschi vengono risparmiati, almeno nella maggior parte dei casi. Ma il vero problema non è mai stato questo. E’ stato ogni volta in cui mi proponevano dei copioni in cui era richiesta solo la mia presenza decorativa e io dicevo “ma qui non c’è niente da fare per me! Non si può recitare l’apparenza”. Quindi mi sono data da fare per cercare ruoli in cui ci fosse qualcosa da raccontare, dei sentimenti, una personalità. Ho avuto lunghe conversazioni con uomini dell’ambiente su questo, ma alla fine ho sempre fatti quello che ho voluto”

Li avrà spaventati?

“Non credo. Però certo sono stata molto determinata. E le dirò che adesso, mi sento anche meglio. Più proposte interessanti, più storie che mi somigliano e mi arricchiscono”

Vincere il premio Oscar a 25 anni non fa un po’ paura?

“No, perché al momento non ti rendi conto di quanto ti cambierà la vita, pensi che ti godrai la festa e poi tutto tornerà come prima. Invece, era iniziato un percorso nuovo, la mia vita professionale da adulta”

Prima o poi si metterà a scrivere? Dirigere?

“No, non sono brava a scrivere. Posso avere l’idea di una storia, ma poi trasformala in sceneggiatura è un’altra cosa. E al dirigere preferisco recitare. Inoltre, avendo avviato le mie nuove attività, dalla fondazione di beneficenza Hillaroo alla linea di abbigliamento, ho molto da fare, molti viaggi in programma e voglio comunque tenere dello spazio e del tempo per me e per i miei affetti. Ho capito quattro anni fa quanto sia importante, e su questo non tornerò indietro”

Dieci anni fa consigliò un libro appena uscito e che nessuno aveva sentito nominare. Mangia prega ama

“Ricordo quel momento. Stavo leggendo quel libro specchiandomi nelle sue pagine perché raccontava come si sopravvive a un divorzio e io stavo uscendo con difficoltà dal mio ..”

 Le è servito?

“Un po’ sì. Ma ci vuole altro che un libro a rimettersi a piedi da certe rotture”

mercoledì 20 marzo 2019

INTERVISTA AL PROFESSORE MICHELE RAITANO "I social gettano in pasto della collettività le cifre nude e crude. Alla fine, una cosa detta da me pesa quanto la sparata dell'ultimo arrivato"


La verità fa male , per questo la rete genera mostri e così tante fake news. Michele Raitano , docente di politica economica all'Università la Sapienza ne ha parlato in un incontro lo scorso anno.


Raitano, dall'occupazione alle pensioni si sentono ogni genere di previsioni. Siete un po' bugiardelli anche voi?


"In economia non si può parlare di fake news: un dato è un dato, può essere vero o non può essere vero. Se dico che il debito pubblico in Italia è oggi al 200% del pil, basta consultare il sito di Eurostat, o i documenti programmatici, o qualsiasi altro canale ufficiale , per confutare questa affermazione. Anche nel post nel quale si denunciava che il fratello di laura Boldrini era stato assunto a Palazzo Chigi con uno stipendio di ottomila euro al mese avrà prodotto danni ma è stato smentito facilmente. Il dato in sé non è un problema..."




Ci dirà è che è l'uso che se ne fa


"Intanto siamo sommersi di numeri, una messe enorme. E il fatto che non vadano tutti nella stessa direzione consente a ciascuno di focalizzarsi sull'aspetto che più gli preme"


Esempio?


"Prendiamo la disuguaglianza , tema di cui si parla tanto. La si misura con l'indice di Gini, che considera i redditi disponibili, ovvero quanto resta in tasca alle famiglia una volta pagata l'Irpef e ricevuti i trasferimenti monetari del Welfare, come le pensioni, gli assegni familiari, l'eventuale cassintegrazione..."


In questo momento, immaginiamo, l'indice sarà alle stelle


"Invece , anche se la disuguaglianza è a livelli altissimi, il Gini è quasi costante. Un po' salito con la crisi , ma neanche troppo. Un dato fake, allora? No, è che ci mostra solo una parte del fenomeno, perché per esempio non contempla i trasferimenti non monetari, come quelli dell'istruzione e della sanità. Sa la sanità è sempre più a pagamento, il livello medio del benessere cambia, ma il Gini resta invariato e ciò consente a chiunque di dire : bè, le cose non vanno così male. In più non ci mostra molte altre cose, come l'esistenza dei super ricchi"


Allora , è un vero fake


"Semplicemente , il Gini è calcolato su un campione della popolazione che tende a tagliare fuori gli estremi - i super ricchi e i super poveri. Il fake è nell'interpretazione , non nel dato. Di vero c'è che, per un'analisi seria della diseguaglianza, bisogna tener conto anche di altro. Per esempio , delle dichiarazione dei redditi: lì si scopre che l'1% più ricco della popolazione italiana in trent'anni è passato dal detenere il 6% della quota di reddito nazionale al 9%. Come vede la musica cambia"


Ammetterà che orientarsi non è facile


"I dati vanno interpretati e ciò richiede persone esperte. Ma i social gettano in pasto della collettività le cifre nude e crude. Alla fine, una cosa detta da me pesa quanto la sparata dell'ultimo arrivato"


Questo orami lo sanno tutti


"Crede? Prenda le pensioni. C'è chi dichiara: il sistema sta fallendo. Affermazione già confutabile perché, con il contributo a regime, lo Stato spende per ciò che riceve, quindi il sistema non può fallire. Dall'altra parte si dice : le pensioni faranno tutte schifo , dal che -apro parentesi - consegue l'invito a rivolgersi in massa alla previdenza privata. Ma con il contributivo la prospettiva è cambiata e il punto vero è : quale pensione ricaverà il singolo dal suo lavoro? Se c'è chi lavora un mese sì e uno no, è chiaro che l'attenzione deve spostarsi sull'occupazione"


Messa così, il dibattito economico , per esempio in tv , non ha attendibilità


"Ne ha poca perché è più facile parlare per dogmi per tener conto della complessità degli scenari. La spesa pensionistica da qui ai prossimi 40 anni si calcola su simulazioni basate sull'andamento demografico la crescita del Pil e del lavoro, tutti i dati che si fanno sempre più ipotetici quanto si va avanti nel tempo. Le previsioni contenute nella legge di stabilità non sono inventate, ma si potrebbe dire che sono scenari , non verità. Qualsiasi riforma si metta in campo, deve tener conto dello scenario demografico.."


Non sembra difficile da calcolare


"Dunque, si dice che nel 2060 gli italiani saranno 53 milioni e di qui si fanno discendere tutti i ragionamenti. Dov'è il problema? Nell'intervallo di variazione delle stime. La forchetta dei valori previsti è enorme: con una probabilità del 90% sarà tra 46 e 62 milioni. I politici usano il dato centrale e intorno ci costruiscono un unico scenario"


Li consiglieranno i suoi colleghi economisti, o no?


"Ai tempi dell'Ulivo, nel 2005-2006. a supporto delle scelte c'erano molti studi. Anche il gruppo di economisti di Matteo Renzi  lavorava parecchio. Poi, certo, avevano i loro giudizi, le loro idee"




A proposito , è vero che il Jobs Act ha portato un milione di posti di lavoro?


"Ancora una volta, il dato è oggettivo ma l'interpretazione secondo cui la crescita occupazionale è dipesa tutta dal Jobs Act è un fake. Vero , c'erano gli sgravi fiscali. E la riforma avrà inciso sul grado di fiducia delle imprese. Però il ciclo economico era già ripartito, la Banca centrale era intervenuta...La verità?"


Magari


"Tutt'oggi ignoriamo quale fattore abbia pesato di più. Per contro, il Centro studi di Confindustria pronosticò calamità terribili nel caso in cui al referendum del 2016 avesse vinto il no. Su quali basi? Mai chiarito. E quando si disse che il credito dignità avrebbe fatto perdere subito 8000 posti di lavoro, nacque una lite spaventosa. Ma nessuno ha spiegato come si era arrivati a questa cifra. Che nella realtà potrebbe essere più alta. O magari più bassa, va' a sapere.


Perché non va anche lei nei talk show a dire la sua?


"Ci sono stato una volta, ma non credo che si ripeterà. Mi hanno detto che spiego troppo, che sembro un professore"

martedì 11 dicembre 2018

INTERVISTA AL REGISTA FEDE ALVAREZ "Non sono io che racconto personaggi femminili forti: il problema è che gli altri registi, raccontano personaggi femminili fragili. Sarebbe ora di cambiare le cose"


Fede Alvarez 40enne è un regista uruguaiano  Horror , famoso per il remake de La casa e del film Man in the Dark. Ha girato Quello che non uccide adattamento del bestseller di David Lagercrantz, nonché quarto romanzo della saga Millenium. Dopo sette anni dall’ultima apparizione sul grande schermo c’è stato un cambio attrice , da Noomi Rapace a Claire Foy.

Perché?

“Ci sono state molte discussioni rispetto all’ipotesi di far tornare o meno Rooney Mara. Alla fine ho detto che avrei preferito avere il mio cast. In quanto regista , non mi piaceva l’idea di utilizzare attori scelti da un altro. Per quanto ammiri Fincher (regista del primo  Millenium ndb), credo che Mara sia la sua LIsbeth. Io volevo trovare la mia”

Quanto c’è voluto?

“E’ stato difficile. Ho preferito mantenere un approccio diverso rispetto alle pellicole precedenti. Spesso, quando si ha a che fare con un’eroina dark come questa, si cercano attrici che le somiglino, che abbiano un’aria ribelle, che siano un po’ strane. Io ragiono in modo opposto”

In che senso?

“Sono convinto che il cinema sia molto più potente di qualsiasi scelta di questo tipo. In quanto a priorità, per me il talento viene prima del look. Quando ho conosciuto Claire, ho capito perché è una delle attrici più richieste del momento”

Le preoccupano i paragoni con i registi precedenti?

“Mi terrorizzano, ma il modo migliore per superare l’ansia è lavorare duramente. E’ vero gli spettatori dovranno abituarsi al nuovo cast e faranno confronti, ma ci sono dei vantaggi: conoscono già i personaggi e sono consapevoli del tipo di storia che raccontiamo. Non mi lamento”

Era fan della saga?

“Certo. Quando si sceglie un progetto bisogna esserne convinti fino in fondo, perché fare cinema è impegnativo: richiede almeno due anni di lavoro, tra scrittura, riprese e post-produzione. Il film, insomma, diventa la tua vita”

E’ lo stesso motivo per cui, anni fa, rifiutò di dirigere una storia di supereroi per la Marvel?

“Molti di quei blockbuster sono ben fatti e la gente va a vederli con piacere. Alla Marvel , però, avevano già pensato allo stile, al modo in cui avrei dovuto girarlo, ai colori e al senso dell’umorismo. Io ho bisogno di più libertà”

L’ha avuta, in questo set?

“Sì, assolutamente. Avevo già collaborato due volte con Sony Pictures, perciò mi consideravano parte della mia famiglia. Mi hanno permesso di realizzare il film che volevo, il film che è raro per un progetto così importante”

Di solito c’è più controllo?

“Si preferisce ripetere formule che funzionano e ciò significa che i registi sono limitati, faticano a lscaire la propria impronta. Non dico che sia impossibile farsi sentire, ma si ha a che fare con voci molto forti, quando si tratta di prendere decisioni importanti. Quello che non uccide ha toni che lo avvicinano al tipo di cinema che piace a me, perciò è stato più semplice far comprendere il mio punto di vista. Il mondo raccontato in Millenium, poi, possiede una qualità noir che mi intriga e che mi fa pensare alla mia infanzia”

Si spieghi meglio?

“Sono nato a Montevideo, ma quando avevo due anni con la mia famiglia ci siamo trasferiti in Belgio, dove abbiamo vissuto per sei anni, prima di tornare in Uruguay. I paesaggi grigi e innevati del film, che ho girato tra Berlino e Stoccolma, mi ricordano quel periodo. Mia madre, inoltre, ha origini svedesi. Lisbeth ha tratti caratteriali tipicamente nordici , lontani dagli stereotipi hollywoodiani”

A quali si riferisce?

“Ci sono caratteristiche che il pubblico si aspetta sempre, nel cinema americano, dove i protagonisti sono beneducati, sanno esprimere le loro opinioni e hanno stile. Lisbeth è diversa e questo mi ha permesso di renderla più umana e realistica: non parla in modo accattivante, non scherza e non fa battute. A Hollywood non vediamo spesso personaggi così, che non vogliono piacere a tutti i costi e sono tutt’altro che simpatici. Ecco perché, per me, rappresenta una boccata d’aria fresca”

Lisbeth vendica le donne vittime di abusi in un mondo maschilista. Ciò rende l’uscita del film particolarmente tempestiva, nell’era del Movimento #MeToo?

“Non saprei, lo scandalo Weinstein è esploso quando stavamo per iniziare le riprese. Preferisco non pensare ai collegamenti: l’ultima cosa che vorrei fare è realizzare una storia legata all’attualità. Sarebbe terribile, come cercare di sfruttare una problematica sociale. Lisbeth è un’icona femminista molto forte, è stata e sarà sempre rilevante a prescindere dal momento. Posso aggiungere un’altra cosa?”

Prego

“Si parla spesso di personaggi femminili forti, ma a questa definizione non piace. Nel mio cinema ci sono donne che attraversano l’inferno e riescono a superare prove durissime, uscendone vivo. Non sono io che racconto personaggi femminili forti: il problema è che gli altri registi, raccontano personaggi femminili fragili. Sarebbe ora di cambiare le cose”

martedì 13 novembre 2018

INTERVISTA A JEFF GOLDBLUM "Col passare del tempo , però, mi sono reso conto di essere un po' troppo eccentrico. Non volevo essere solo Mister Strambo, per cui ho cercato di autocorreggermi"

In quarant'anni di carriera Jeff Goldblum si è costruito una calda reputazione di eccentrico. IN senso buono. Nei tour nelle case dei divi di Hollywood scende e si fa fare i selfie con i turisti oopure a Sidney ha aperto un camioncino di sandwich chiamato Chef Goldblum's.
Dopo due matrimoni finiti in divorzio ( Con Patricia Gaul e Geena Davis)si è risposato la terza volta con Emilie Livingston, un ex-atleta olipmpica di ginnastica ritmica, 30 anni più giovane di lui. Ed è diventato padre di due bambini : Ocean di 2 anni e mezzo e River Joe , un anno.
L'attore è un eccentrico anche nelle parole , ne use tantissime. Se in un concetto servono 5 parole lui ne usa 20 in più. Il suo ultimo film "Isola dei cani" che ha aperto il Festival di Berlino a febbraio di quest'anno è "Un dessert da mangiare a cucchiaiate". Lui dà voce a uno dei protagonisti a quattro zampe. Il film è scritto e diretto da Wes Anderson e racconta di una favola politico-animal-ambientalista incentrata sulla messaal bando di tutti i cani da un'immaginaria metropoli giapponese.

Su Wenderson inanella una serie di aggettivi 

"E' autentico, gentile, geniale, generoso, una persona per bene, assolutamente adorabile. Ed è un gran studioso di cinema, ogni volta che lavoro con lui imparo tantissimo: film che non avevo mai visto, libri da leggere"

Come sta vivendo la paternità?

"Adoro i miei figli, li trovo spettacolari. La loro nascita ha reso migliore la relazione tra mia moglie e me , vivere questa esperienza insieme rafforza il nostro legame. Cero , due bambini piccoli richiedono un notevole dispendio di energie"

Lei comunque è in ottima forma

"Per fortuna, sto bene. E avere una famiglia mi piace. Sono sempre stato un tipo disciplinato, coscienzioso, motivo per cui apprezzo lo stile di vita che i miei figli m'impongono. Ogni sera ho una buona ragione per andare a letto perché anche se non sono su un set, ogni giorno è un giorno di lavoro. Vado a dormire al più tardi alle 22 e la mattina mi sveglio alle 5. Per prima cosa mi dedico ai miei esercizi : suono il piano e canto per tre quarti d'ora, mi alleno un po' in palestra. Verso le 6 e mezza li sveglio, mi do una sistemata e li accompagno all'asilo"

L'isola dei cani è un film che può piacere anche ai bambini. Ha già deciso quando guardarlo con loro

"Un giorno lo faremo ma, per ora, i miei figli non hanno ancora visto un film, non hanno accesso alla tv, non possono giocare con iPad, telefonini, niente che sia dotato di uno schermo. Mia moglie e io pensiamo che sia giusto così. Non molto tempo fa mi domandavo quale dovrebbe essere il primo film della loro vita. Ne ho discusso con Tilda Swinton che è una mamma meravigliosa e che parla spesso dei suoi figli , due gemelli, che adesso hanno vent'anni. Mi ha detto: "Ai miei, quando erano piccoli , ho fatto vedere Buster Keaton". Giusto ,perché se cominciamo con i film nuovi poi non vogliono tornare con quelli vecchi"

Altre regole che si è dato come genitore?

"Oddio, in questo campo sono uno studente agli inizi. Vediamo ,si parla spesso di quality time e sono d'accordo, ma anche la quantità del tempo che trascorri insieme conta. E devi premurarti che siano al sicuro, per questo abbiamo risistemato casa per evitare che possano farsi del male. Dall'altra parte , però, i bambini vanno lasciati liberi di fare quello che vogliono. Non metterti in cattedra. Scoprire da soli come si fanno le coseli aiuta a sviluppare la sicurezza in se stessi. Che altro? Scherzo con loro tutto il tempo. Li faccio ridere e intanto tengo in esercizio il mio senso dell'ironia"

Parliamo di lavoro : che cosa prova quando guarda indietro alla sua carriera?

"I miei genitori non avevano nulla a che fare con il mlndo dello spettacolo ma ogni estate mi iscrivevano a campus estivi di arte, teatro, ballo. Ho cominciato a sognare di fare l'attore fin da bambino ma non avrei mai avuto il coraggio di dirlo a nessuno. E quando ho cominciato a studiare recitazione a New York non ero meno sbalordito alla prospettiva di potermi guadagnare la vita con un mestiere così improbabaile. Eppure, miracolosamente, è successo. Faccio l'attore da molti anni ma, in un certo senso, mi sento di essere sbocciato tardi e sono convinto che il meglio, per me, stia per arrivare"

Per parecchio tempo l'hanno considerata l'attore da ruoli stravaganti. Ha fatto fatica a scrollarsi l'etichetta di dosso?

"Il mio insegnate di recitazione diceva "Non imitare nessun altro. Trova la tua voce". Ed è quello che ho cercato di fare. Col passare del tempo , però, mi sono reso conto di essere un po' troppo eccentrico. Non volevo essere solo Mister Strambo, per cui ho cercato di autocorreggermi per andare incontro alle richieste di mercato"

Strambo o no, basta dare un'occhiata su Internet per capire che lei è una delle poche star del cinema di cui la gente parla solo con affetto

" Non sono mai stato molto presente sui social media ma , da qualche tempo sono su Instagram. Posto qualche immagine , cerco di scrivere cose divertenti e vado a controllare cosa pubblicano le persono sul mio conto: trovo foto che mi hanno scattato in giro , selfie e persino qualcuno che si è fatto tatuare la mia faccia. Ho scoperto che esistono tazze e tende da doccia con ilmio ritratto. Ogni volta che trovo qualcosa di nuovo, vado da mia moglie: "Ehi guarda qui". Ma lei non sembra mai particolarmente impressionata.Il massimo che ottengo è un "Ah, bene"

lunedì 17 settembre 2018

INTERVISTA AD ALESSANDRO BORGHI “Non mi piace un lavoro dove il massimo della capacità che ti è richiesta è di essere bello, non è una cosa su cui c’è molto da lavorare”


Alessandro Borghi , nato a Roma , tra Magliana e Garbatella, è un attore. Famoso per il ruolo Non essere cattivo e il criminale Numero 8 in Suburra.

Come è finito nel film Non essere cattivo: storia intensissima, violenza, tossica, di amicizie vere e pericolose, di amori che salvano e atri che rovinano?

“Mi hanno chiamato a fare un provino con Valerio Mastrandrea (produttore del film ndb). Ho pensato: se le battute le alza Mastrandrea , sbagliare è praticamente impossibile. Poi ho conosciuto Luca Marinelli, che nel film interpreta Cesare, e tra noi è scattata un’alchimia davvero speciale, funzionavamo, in un certo senso Cesare e Vittorio erano già nascosti dentro di noi. Ho capito che la parte era mia quando Caligari ( il regista purtroppo scomparso prematuramente ndb)ha detto a Mastrandrea “Fallo dimagrire”

Vittorio è un bellissimo personaggio, un uomo che cammina in bilico tra il bene e il male, costantemente attratto tra due e tutte le cose

“Si, è un personaggio che è stato meraviglioso interpretare. Gli sono grato e gli voglio bene perché mi ha permesso di raccontare tutte e due gli aspetti dell’animo umano. Durante le riprese io e Luca Marinelli abitavamo insieme, e questo ha fatto sì che Vittorio e Cesare fossero così uniti. Ci portavamo a casa un po’ di loro e portavamo sul set un po’ della nostra amicizia. Io e Luca in realtà non ci siamo mai drogati. Ma a parte questo, Vittorio è entrato dentro di me fino a dimenticare di essere Alessandro. Quando abbiamo battuto l’ultimo ciak, sapendo che Luca sarebbe ripartito per Berlino, dove vive, e che avremmo dovuto togliere quei vestiti anni Novanta, mi sono chiesto: e adesso cosa faccio?”

E cosa ha fatto?

“Niente, ho tenuto caro il grandissimo messaggio di speranza che secondo me il film regala. Ma è un’interpretazione soggettiva, perché non sappiamo di che sarà di Vittorio. Pasolini diceva che il lavoro nobilita, questo film si interroga. E’ davvero così? C’è chi preferisce vivere senza regole, seguendo gli istinti, piuttosto che omologarsi a un modello in cui però non riesce a trovare un posto, una felicità”

Quindi c’è voluto tempo per uscire dai quei panni?

“Molto. Ho capito che cosa intendono gli attori americani quando dicono che i personaggi rimangono addosso. In fondo recitare è giocare con l’anima, può anche essere un gioco pericoloso”

Lei quando ha cominciato questo gioco?

“A 16 anni ho cominciato a fare il modello, ma devo essere onesto: non faceva per me. Non mi piace un lavoro dove il massimo della capacità che ti è richiesta è di essere bello, non è una cosa su cui c’è molto da lavorare, diciamo. Poi ho cominciato a fare lo stuntman, perché un amico era nel giro e i soldi mi facevano comodo. Poi un giorno, avevo 18 anni, un tizio mi ferma mentre esco dalla palestra e mi dice: vieni a far un provino, per Distretto di Polizia abbiamo bisogno di una faccia come la tua. Io gli ho dato il numero ma non sono andato all’appuntamento. Il giorno stabilito mi chiama la produzione: ti stiamo aspettando, vieni. E così è cominciata, una cosa ha tirato l’altra e io mi sono addormentato e mi sono risvegliato a Venezia”

Quindi lei è la dimostrazione che la recitazione non è una chiamata

“Non è una chiamata, ma non si può imparare. E’ richiesta una condizione di base che o ce l’hai o non puoi inventarla: erano disposti a entrare in relazione con i propri sentimenti. Come chi fa il chirurgo non deve aver paura del sangue, chi fa l’attore non può temere le dinamiche della vita. Recitare l’empatia è la morte della recitazione”

Questo successo abbastanza improvviso la spaventa?

“No, io ci ho sempre creduto. E sono andato avanti con determinazione, anche quando le partiche facevo erano troppo veloci e troppo superficiali per poter davvero tirare fuori le mie capacità. Il problema della televisione è questo: che si fanno storie ancora pieno di cliché, io penso che ci vorrebbe più di coraggio. Credo che il pubblico televisivo, di fronte a serie più coraggiose e originali, non scenderebbe in piazza con i forconi, perché la gente si abitua a quello che tu dai. Però adesso sento che qualcosa sta cambiando: vedo talenti nuovi, giovani, anche la scrittura che è un po’ il nostro problema”

Fuori dalle parti che tipo è?

“Normale: ho una mamma cuoca, un papà impiegato, un fratello che è la copia di me ma più piccolo, una fidanzata che fa la ballerina e con la quale non abito perché ha troppi costumi di scena: se entrano loro, esco io. Ma ci stiamo attrezzando, la porterò a stare nella mia casa alla Garbatella, era di mio nonno e io ci sono legatissimo. In quale altro posto le signore si mettono in strada con sedie e tavolino a giocare a tresette?”

Da Venezia postò su Facebook: i sogni si avverano?

“Insomma Johnny Depp ha fatto il red carpet, lo stesso red carpet, dopo di me. Se possiamo fare questa cosa insieme vuol dire che ne possiamo fare anche altre no?Io ci credo che i sogni si avverano, se lo vuoi”

martedì 28 agosto 2018

INTERVISTA AL CRITICO ALESSANDRO PORTELLI “Che m’importa che (Bob) Dylan non ci abbia creduto? Ci ho creduti io”.


Nel 1964 Alessandro Portelli , collaboratore di un programma di Radio Uno , manda in onda A Hard Rain’s Gonna Fall. Per la prima volta una canzone di Bob Dylan alla radio italiana. Alessandro Portwlli scrive il libro Pioggia e veleno. Hard Rain inserita nell’album The Freewheelin’ Bob Dylan “La più grande canzone di protesta “un’epopea di sette minuti che annuncia un’apocalisse a venire” come la definì Rolling Stone. Attraverso la canzone di Dylan , Portelli racconta gli anni della scoperta della canzone folk americana.
Un critico americano ha scritto che tutti ricordano dov’erano quando hanno ammazzato Kennedy. E che magari molti ricordano la prima volta che hanno ascoltato Dylan. Lei se lo ricorda?
“Perfettamente. Al liceo trascorsi un anno di studio negli Stati Uniti. Tornato in Italia , era il Natale del 1963, i miei amici americani mandarono un regalo. In the Wind, del trio Peter Paul and Mary. L’ultima canzone dell’album si intitolava Blowin’ in the Wind. Rimasi folgorato. Cercai di capire che fosse l’autore, ma sull’etichetta c’era solo indicazione: “Dylan”. L’anno successivo un mio amico tornò dagli Usa con un disco di Joan Baez e anche qui c’era una canzone meravigliosa. With God on Our side. L’autore era sempre lo stesso: il misterioso Dylan. Così quando il capoufficio al Cnr dove allora lavoravo, andò negli Stati Uniti, gli chiesi di portarmi qualsiasi cosa trovasse di questo Dylan. Tornò con Times They are a Changing. Lo misi sul giradischi, a casa. Fu un’esperienza incredibile. Era una voce che ti portava in una dimensione della realtà completamente nuova. Mio padre fece irruzione in camera mia e chiese di levare quella “vociaccia”. Da quel momento, non sono più riuscito ad ascoltare le “belle voci”, in senso classico”
Cosa aveva ascoltato fino a quel momento?
“Harry Belafonte, Perry Como, Elvis Presley, Il Kingston Trio. Nella mia testa di liceale di Terni, cresciuto in una famiglia tutto sommata moderata, rappresentavano l’immaginario dell’altrove, che fu poi la ragione per cui presi quella borsa di studio e andai negli Stati Uniti. Ma tra fine Cinquanta e inizi Sessanta arrivava in Italia pochissima musica popolare americana. Non si sapeva praticamente nulla”
Bob Dylan ha attraversato molte fasi nella sua vita di artista. Da quella prima volta nel 1963, è cambiato il suo ascolto di Dylan?
“E’ inevitabile. Dylan è sulla scena da almeno 56 anni. Sono due generazioni. Per un ragazzo, ascoltare Dylan negli anni 90 era un’esperienza molto diversa dalla mia del 1964. Il mio era un Dylan politico, legato alla protesta e al folk festival. Già dalla metà degli Anni Sessanta, con il concerto a Newport la rivoluzione rock, la sua musica cambia. E’ allora che le nostre strade si separano”
In che senso?
“Nel senso che mentre Dylan si allontanava dalla politica, io mi ci buttavo completamente. Ovviamente, ho continuato ad ascoltarlo”
Deluso?
“No perché? Ci fu un articolo su Linus, in cui si diceva che Dylan ci aveva preso in giro, che non credeva davvero a quello che scriveva. Scrissi all’autore dell’articolo, gli dissi “Che m’importa che Dylan non ci abbia creduto? Ci ho creduti io”. A parte che non penso che uno possa avere scritto The Lonesome Death of Hattie Carroll senza averci creduto”
L’imprendibilità è uno dei tratti più distintivi della personalità di Dylan?
“Una delle forme di resistenza di Dylan è resistere a ogni forma di interpretazione. Anche il modo in cui si trasforma l’interpretazione delle sue canzoni più famose, a ogni concerto, è una forma di resistenza all’interpretazione. Sul muro del Bob Dylan Cafè di Shillong, India c’è la sua famosa frase “Non posso essere altro che me stesso. Chiunque io sia”
Questa ambiguità riguarda anche la canzone oggetto del suo libro, A Hard Rain’s a Gonna Fall
“Dylan disse di averla scritta durante la crisi dei missili di Cuba (non era vero, l’aveva scritta qualche mese prima) ma ha spesso negato che la “pioggia dura” avesse a che fare con la bomba atomica. E’ comunque vero che nella canzone il dato storico si trasforma in archetipo e quindi A Hard Rain si rinnova a ogni ascolto. Nel testo Dylan parla di “spade taglienti in mano ai bambini”; a me oggi vengono in mente i bambini soldato della Sierra Leone. La canzone dice che “la faccia del boia è sempre ben nascosta” e oggi pensiamo ai poliziotti in assetto antisommossa. Il ragazzo protagonista di Hard Rain ha poi gli occhi azzurri. Non è soltanto un riferimento all’innocenza, è anche un dato etnico. Il ragazzo è scioccato perché il futuro che gli è stato promesso non ci sarà. Ma, come diceva Toni Morrison, i neri non hanno gli occhi azzurri. A me oggi vengono in mente i profughi alla frontiera; nemmeno loro hanno gli occhi azzurri. La promessa di futuro non è per tutti”
Hard Rain è appunto la storia di un ragazzo che vaga per un mondo devastato. Vede tristi foreste e oceani morti e sangue che sgocciola dai rami. Perché Hard Rain è così importante nella produzione di Dylan?
“Perché illustra il suo essere all’incrocio tra passato e futuro, tra il folk e rock, tra una storia profonda di memoria popolare – la ballata appunto – e un futuro tutto da immaginare. Dylan è il punto di incontro tra musica popolare e letteratura, oralità e scrittura, performance e testo. Gli hanno dato il Nobel perché avrebbe rinnovato la grande tradizione della canzone popolare americana. In realtà, Dylan fa molto di più. Salda memoria storica collettiva e un immaginario modernistico profondamente personale”
Cos’è il modernismo di Dylan?
“Dylan è modernista nel senso in cui lo sono Pound,Eliot, Yeats,Conrad. Vede la storia come catastrofe, come terra desolata di decadenza e sconfitta. E’ una visione disperate che esprime una critica radicale al presente – ed è per questo che gli autori modernisti, spesso politicamente reazionari, piacciono a sinistra”
Un’ultima domanda, Nel libro lei scrive che la canzone di Dylan che ama di più è When the Ships Comes in. Perché?
Per ragioni affettive. L’ascoltai in quel disco che mi portarono dall’America. E poi perchéè il contrario di Hard Rain: è piena di immagini di luce, di natura che si spalanca, e c’è il riferimento a Davide che sconfigge Golia, che a uno come me, che si preparava a essere travolto dal Sessantotto, faceva un certo effetto. Oggi, quando Dylan la canta, dice che i Golia si sono moltiplicati e fanno cose più crudeli ma che Davide alla fine vincerà. Io ho qualche dubbio in più, ma stiamo a vedere”
 

lunedì 20 agosto 2018

INTERVISTA A VIOLA DAVIS " La maggior parte delle donne che subiscono abusi- fisici, emotivi, psicologici – ha un’istruzione superiore. Non tutte siamo nate sicure e capaci di prendere sempre le decisioni migliori"


Viola Davis , una lunga gavetta come attrice alle spalle , con una prima nomination nel 2009 per Il Dubbio. Nel 2012 ricevette la seconda per il suo indimenticabile ruolo per The Help, la domestica Abileen Clark. Nel 2015 portandosi a casa Emmy Award per migliore attrice disse sul palco “La sola cosa che separa le donne di colore da tutte le altre è l’opportunità. Non puoi vincere un Emmy per ruoli che semplicemente non esistono”. Viola Davis è Annalise Keating per “Le regole del delitto perfetto” Serie Tv in onda su Sky.

 

Che cosa le piace e che cosa, invece, non sopporta di Annalise?

“Di lei mi piace tutto: mi piace la sua forza, e anche il fatto che sia meravigliosamente complicata e senza filtri. Io, Viola, se fossi lei andrei all’analista e cercherei di fare un po’ d’ordine nel casino che ha dentro. Ma mi piace anche che lei non lo faccia. Io, più invecchio, più mi conosco. E mi do sempre più il permesso di essere chi sono. Annalise invece è sempre stata chi è, anche se questo danneggia le cose e le persone che la circondano.

Però è anche una donna che indossa le maschere. Pensa che sia un atteggiamento tipicamente femminile?

“Assolutamente. E’ nella nostra storia che risale al corsetto: un indumento usato per confinarci e per farci apparire in un certo modo. Le donne sono sempre state confinate, si è cercato di nascondere chi siamo e di renderci più accettabili nei confronti della società e dei maschi, perché facciamo paura. Ed è ancora così, soprattutto in Tv. Anche se ci sono donne che cercano di avere un’immagine forte, sono tutti comunque molto sessualizzate, belle, perfette. A me, di queste donne, interessa l’attimo in cui sono sole in camera loro e si tolgono il trucco, quel momento forse l’unico, in cui sono vere. Perché nel resto del tempo lo sappiamo tutti che vediamo è una bugia”

Prendendo ancora spunto da Annalise per parlare d’altro: la vediamo alle prese con un marito abbastanza orribile di cui però, ammette lei stessa, ha molto bisogno. E’ un compromesso insito nel matrimonio?

“No, è una debolezza. Conosco moltissime donne meravigliose e istruite – e io sono stata una di quelle – che continuano a stare con uomini che non vanno bene per loro. La maggior parte delle mie amiche sono in questa situazione”

Perché secondo lei?

“Perché dipendiamo da questi uomini, perché pensano di non poterci meritare di più. La maggior parte delle donne che subiscono abusi- fisici, emotivi, psicologici – ha un’istruzione superiore. Non tutte siamo nate sicure e capaci di prendere sempre le decisioni migliori”

Ha raccontato di essere cresciuta in una famiglia con molte difficoltà, soprattutto economiche. Che cosa le è rimasto di quella bambina, ora che la situazione è completamente diversa?

“Moltissime cose, e prima fra tutte la capacità di accettare. I giorni difficili e la gioia, il dolore, tutto: Perché è la mia vita. Il dolore che ho provato mi ha insegnato tante cose: a essere una persona forte, a riconoscere l’amore anche quando sembra non esserci, e che la felicità è una scelta. Il mio passato mi ha fatto anche diventare attiva nell’iniziativa Hunger Is. Diciassette milioni di bambini americani soffrono ancora la fame. E molti altri mangiano male, anche se vivono in famiglie in cui i genitori hanno uno stipendio, ma dopo aver pagato l’affitto e le bollette, rimane poco per il cibo. Raccontiamo che l’America è il più grande paese del Mondo, e allora questa situazione deve cambiare. Io sono stata uno di quei bambini affamati: andavo a scuola alle 8 del mattino senza aver fatto la colazione e tra mezzogiorno e l’una non riuscivo a stare sveglia perché avevo fame. L’unico cibo che mangiavo era quello che mi davano alla mensa scolastica. E quando la scuola finiva dovevo andare in parrocchia, dove offrivano piccoli pasti a chi ne aveva bisogno. Pensavo al cibo ininterrottamente, ero ossessionata. Partecipare a quest’iniziativa è il mio modo di restituire qualcosa alla bambina che sono stata”

C’è voluto tempo per accettare il suo passato?

“Certo, come per ogni cosa che mi riguarda. Ci è voluto e ci vuole ancora tempo per accettare il mio corpo”

Lei è molto attiva contro le discriminazioni di Hollywood nei confronti delle attrici afroamericane. Qualcosa sta cambiando?

“Penso che le cose siano migliorate molto ultimamente, soprattutto in Tv. E’ arrivato anche per noi nere il momento di brillare e far vedere chi siamo. Mi sembra che Hollywood sia pronta per questo cambiamento, e se non lo è dobbiamo andare avanti comunque. Bisogna cominciare a chiedere e pretendere. Sta a noi”

Ha fatto molta gavetta prima di arrivare al successo. Come vede ora quella lunga strada?

“La fatica dà al tutto un sapore più dolce. Il 90 per cento dei miei colleghi non ha lavoro. Ci sono 500 mila attori iscritti al mio sindacato, meno di 700 guadagnano più di 50 mila dollari l’anno. Io mi considero benedetta”

Che rapporto ha con il fatto di essere diventata famosa?

“Non mi preoccupo più di tanto, anche se sono piuttosto timida e, al contrario di mio marito (l’attore e produttore Julius Tennon ndb), non proprio un animale da società. Non mi piace essere fotografata, è stato difficile per me accettare che è una parte del mio lavoro. Quando vorrei scappare in camera mia a leggere un libro devo sforzarmi di ricordare che sono fortunata per tutto questo”

Lei ha una figlia di quattro anni, Genesis, che tipo di madre è?

“Non ho idea, spero di essere una mamma creativa. Sicuramente cerco di aiutarla a essere chi vuole essere, di farla volare. E non la giudico mai, anche se è una bambina molto eccentrica”

E Genesis cosa pensa di questa mamma famosa?
“Dice che vuole fare l’attrice. Dice “voglio essere cattiva, e poi triste, e poi cattiva e triste insieme”. Le piace questo del recitare, ha già capito tutto”