mercoledì 31 dicembre 2008

LO SCRITTORE PAUL AUSTER : TRA EBRAISMO, AMERICA E ISRAELE


Paul Auster è autore del libro Uomo nel buio .

Ritieni che in questo momento in America ci sia una guerra civile?

“Diciamo che ci troviamo in una specie di guerra civile naturale. Non combattuta con pistole e cannoni, ma con parole e idee. basta dare un’occhiata ai giornali per capirlo. Pensa solo a questo dato: il 44% della popolazione americana non crede nella teoria dell’evoluzione. Capisci? Questa gente crede che il mondo sia stato creato davvero in sei giorni”

Trovi pericoloso il fatto che ci sia così tanta gente che non crede nella teoria evoluzionistica?

“Non pericoloso. ma non vedo quale conversazione io possa imbastire con persone che leggono la Bibbia in modo letterale. Per esempio, per gli Ebrei Adamo è il primo Uomo sulla Terra. Ma non è ridicolo prendere questa cosa sul serio? Non è evidente a tutti che si tratta di una metafora letteraria? E tutto questo condiziona irreparabilmente la società e la politica americana. Tu devi avere il buonsenso di separare la Chiesa dallo Stato . L’America è stata la prima nazione fondata su questo principio. E ora questa gente vuole farci regredire al Medioevo”

In fondo questo non riguarda solo l’America . In tutto il mondo è in atto una sorta di fondamentalistazzazione della società. Anche noi, in Italia, nel nostro piccolo, affrontiamo quotidianamente le ingerenze di una Chiesa potente. Non pensi che , così come il ‘900 è stato il secolo della politica, quello in cui abbiamo appena messo piede sarà il secolo della religione?

“Temo che tu abbia ragione , anche se spero tu abbia torto. Mi consola il grado di secolarizzazione raggiunto da altri Paesi europei. Penso alla Francia e la Spagna. Soprattutto a quest’ultima : era il paese più cattolico del mondo ; dopo l’Italia , il paese dove più gente è stata ammazzata per ragioni religiose. Ora si è improvvisamente staccato dalla Chiesa”

Il Newark , sobborgo del New Jersey , a vederlo ora sembra un posto d’una violenza infernale, un tempo sfornava bravi ragazzi ebrei come Jerry Lewis, Philip Roth, Paul Auster. Come te lo spieghi?

“Lo so , Newark è diventato un posto terribile. Io sono andato via presto. Eppure ho un ricordo vivido di quando tutto cominciò a precipitare : era l’estate del 1967 , stavo andando a cena a Manhattan con mio padre e mia madre. A un tratto sentimmo alla radio che Newark erano scoppiati gli scontri tra la comunità nera e la polizia. Quella sarebbe passata come la rivolta del Newark. Ricordo che tornammo indietro e andammo nell’ufficio del Sindaco. Lo trovammo l'ì che piangeva. Non so come, ma mi ritrovai a visitare la galera stipata di neri feriti e addirittura cadaveri . Sentii un poliziotto che diceva – Questi fottuti negri li faccio a pezzi – . E’ l’esperienza più scioccante della mia vita. Lo dico perché non sono mai stato in guerra. Diciamo che quella fu la mia iniziazione alla violenza. Poi, una volta raggiunta la pace a Newark , i bianchi andarono via , e oggi la città è completamente in mano alla comunità nera. Addio bravi ragazzi ebrei”

Che cos’è per te il caso? Un modo ed elegante di parlare di Dio?

“Non direi . Diciamo che mi interessa il meccanismo del reale. Per questo sono attratto dalle coincidenze. Che ne so, tu te ne stai lì a fare progetti, a coltivare desideri e ambizioni per il tuo futuro. E non puoi sapere che là fuori ci sono forze superiori alla tua volontà che lavorano per te. La nostra vita è decisa di una serie di coincidenze fortuite. E’ così che funziona”

Tutto questo ti inquieta o ti diverte?

“Tutte e due le cose. Il bello di quando scrivo un romanzo è che , attraverso di esso, puoi dare sfogo alle contraddizioni . Io non so veramente in che cosa credo”

“Diciamo che scrittori come Bellow, Roth, Malamud, Arthur Miller, Norman Mailer , per ragioni anagrafiche , erano più vicine di me all’esperienza dell’emigrazione. Io appartengo alla terza. Ti confesso che ora mi sento molto vicino a Mailer. Lui non tradì mai il suo ebraismo , ma non lasciò che influenzasse il suo lavoro”

E Israele?

“Diciamo che ho sentimenti contrastanti nei confronti di Israele”

Nel senso?

“Pensa , nel 1967 io ero un ragazzo totalmente contrario alla guerra del Vietnam. Sarei stato disposto a marcire in galera pur di non andare sotto le armi. Ma quando scoppiò in Israele la guerra dei sei giorni , ero pronto a partire e arruolarmi nell’esercito israeliano”

Perché?

“Non sopportavo l’idea di vedere quel Paese distrutto. Ma nel tempo  in cui io pensavo a tutte queste profonde cose , la guerra finì”

E che cosa ne è stato poi di questo tuo sentimento filo-israeliano nelle guerre successive , quella del Kippur, quella degli anni Ottanta, quella del 2006 in cui il figlio di Grossman ha perso la vita?

“Col tempo Israele è cambiata. Da dopo l’occupazione dei territori, non è più stata la stessa. Io voglio che sopravviva. Ma sono successe così tante cose terribili in questi ultimi quarant’anni che non posso non dirmi pessimista. E’ come se Israele dopo la vittoria del ‘67 avesse commesso l’errore di sentirsi invincibile. Conosci quell’articolo che Stalin pubblicò sulla Pravda intitolato – Ebbri di successo-. Ecco il problema degli israeliani: da un certo punto della loro storia in poi si sono sentiti ebbri di successo. Dimenticando ciò che le perone razionali sanno: che l’unica soluzione è il ritiro dei territori occupati. E’ così che deve andare . Tutti quelli che vogliono la pace lo pensano. Lo pensa Grossman. Lo penso anch’io. Per quanto non possa dimenticare che la maggior parte delle popolazioni arabe percepisce Israele come un cancro da debellare”

Insomma non ti piace la politica israeliana né quella americana. Però ti piace la letteratura di entrambi i Paesi . Come ti spieghi questa schizofrenia ? Per te esiste una relazione tra la cattiva politica e la proliferazione degli artisti?

“Non credo abbia senso tracciare un’equazione di questo tipo. Ritengo che l’arte attecchisca nelle epoche di grande prosperità. Dove gira parecchio denaro.  Quando Elisabetta I trasformò l’Inghilterra in una delle maggiori potenze al mondo , manteneva artisti meravigliosi in un numero che oggi ci risulta impensabile : noi pensiamo a Shakespeare o a Marlowe , eppure c e n’erano almeno altri trenta che avrebbero avuto un’enorme successo in qualsiasi altra epoca ma che allora , per ragioni di abbondanza , rimasero nell’ombra. O prendi l’Italia del Rinascimento. Pensa aai soldi che giravano in quelle meravigliose corti”

Quindi ritieni che ci sia un rapporto di causa ed effetto tra denaro e arte?

“No, non sto dicendo questo. Quello che intendo dire è che, se tu cresci in una società come la nostra , in cui non devi pensare alla tua sopravvivenza, sei più naturalmente portato a concentrarti su qualcosa di artistico. L’arte , checché se ne pensi, reclama un pò più comfort. Quando si è impegnati nella battaglia per la sopravvivenza , non c’è né spazio né tempo per l’arte”

Eppure gli accademici di Stoccolma , quelli del Nobel, giudicano la letteratura americana troppo provinciale per essere premiata. Che ne pensi?

“Penso che sia essenzialmente un giudizio idiota. Non è forse l’obbligo di ogni scrittore quello di scrivere della propria società? Tolstoj scriveva della Russia , Joyce dell’Irlanda . Per questo non capisco cosa intenda l’Accademia di Stoccolma con il termine provinciale . Tanto più che in questo periodo la lista di eccellenti scrittori americani che meriterebbero il Nobel è piuttosto nutrita. Prendi gente tipo Thomas Pynchon, Don DeLillo, John Updike, Philip Roth. Così come l’avrebbe meritato Kurt Vonnegut. Ognuno affronta il proprio lavoro di narratore da un’angolazione originale. Non esiste nessuna estetica dominante. Ognuno lavora per conto proprio e fa quello che sa fare. Tutti con risultati eccellenti . Parliamo di scrittori di statura internazionale. Insomma, ma di che cosa stiamo parlando?

Forse l’America paga un pregiudizio contro la politica dei suoi governanti?

“Sì, ma anche se fosse , come non valutare il fatto che tutti gli scrittori menzionati sono ostili alla politica americana?”

Nessun commento: