lunedì 12 ottobre 2009

INTERVISTA A REBECCA SOLNIT , LA DONNA CHE RACCONTA I DISASTRI

Rebecca Solnit ha scoperto l’utopia dove altri vedono l’Apocalisse. Nelle macerie dell’Aquila, nelle polveri tossiche delle Torri Gemelle , negli argini distrutti della furia di Katrina.

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Solnit è un freelance di 49 anni. L’intellettuale ha lottato accanto ai nativi americani , marciato contro il nucleare e la guerra in Iraq. Molti parlano di lei come della nuova Susa Sontag.

E’ stata mai coinvolta in un disastro?

“E’ successo vent’anni fa durante il terremoto di Lorna Prieta nella baia di San Francisco. Nelle settimane successive ho assaporato solidarietà e vita comunitaria b, il gusto di un presente dall’intensità incredibile , un’emozione per cui è difficile trovare le parole. Tra New York e Città del Messico ho incontrato decine di persone con esperienze simili”

Perchè prevale la solidarietà?

“Già negli anni ‘50 lo studioso Charles Fritz diceva che i disastri riavvicinano uomo e società , sono soluzioni temporanee all’alienazione. Altri sociologi del disastro sostengono il contrario, e cioè che il prevalere della legge della giungla è una proiezione delle elites che temono la distruzione dell’ordine sociale. In realtà più spesso prevale la calma e l’impegno per gli altri. Un paradiso all’inferno è un libro sulla psicologia del disastro che si occupa anche di risvolti sociali e politici. Convalida tutto ciò che gli anarchici hanno sempre creduto sul fallimento delle autorità istituzionali e il trionfo della società civile”

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Lei è un’anarchica?

“Ebbene sì. In America anarchia è sinonimo di caos. In Italia come suona? Henry David Thoreau diceva che il governo migliore è quello che governa meno. Credo in un potere senza centro , localizzato , organizzato dal basso . Come quello che ho visto nel mio studio dei disastri”

Tra le persone che ha incontrato per il libro , chi incarna meglio l’utopia del disastro?

“Johm Guilfoy , giovane businessman di Wall Street con un passato da atleta. Fuggiva dalle Torri Gemelle , correva più veloce dei colleghi, ha rallentato il passo per aspettarli. L’ha raccontato come fosse la cosa più ordinaria del mondo . Poi Donnell Herrington, un trentenne afro-americano che porta sul corpo le cicatrici su Katrina. E’ rimasto in città accanto ai nonni , li ha portati in salvo insieme a dozzine e forse centinaia di sconosciuti su un’imbarcazione d’emergenza. Quando ha cercato di evacuare dei vigilantes bianchi che scambiano i black per delinquenti gli hanno sparato. Donnell è diventato una vittima finché qualcuno non si è preso cura di lui. Spike Lee l’ha intervistato nel documentario When The Leeves Broke ma i giornalisti dei media mainstream non si sono curati di scavare nei retroscena di uno degli episodi più inquietanti di Katrina: uomini bianchi armati, contro i neri. Comunque, qualcosa di straordinario è successo in quei giorni a New Orleans , i politici hanno schierato un esercito a difendere la città dai suoi abitanti , i media raccontavano di orde di mostri e saccheggiatori, eppure migliaia di volontari sono accorsi ad aiutare e ricostruire. Duecentomila persone hanno offerto un tetto agli sfollati grazie al sito web hurricanehousing.org. Katrina ha aperto gli occhio sul razzismo. Forse ha dato anche una mano a Obama”

Lei critica governi e istituzioni . Esistono anche esempi positivi?

“Perdonate il campanilismo: l’esempio è la mia città , San Francisco. L’amministrazione ha imparato dagli sbagli del passato e ha smesso di demonizzare i cittadini. L’attuale piano di prevenzione dei terremoti delega loro responsabilità. Ho frequentato un programma dei vigili del fuoco che insegna ai volontari tecniche anti- incendio e primo soccorso. Il sito web 72hours.com avverte che nei primi 3 giorni i cittadini devono essere pronti a cavarsela da soli. Dire alla gente di non contare sulle autorità invece di offrire rassicurazioni paternaliste è una bella inversione di rotta. I governi dovrebbero seguire l’esempio di San Francisco. Anche perché gli scienziati ripetono che il riscaldamento globale porterà più disastri. E poi serve un cambiamento metafisico : smettiamola di avere paura gli uni degli altri. Spero che il mio libro aiuti i lettori ad avere più fiducia nelle proprie risorse”

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Un’altra donna di sinistra , Naomi Klein, parla del capitalismo dei disastri?

“Ammiro il lavoro di Naomi ed era tra il pubblico quando ha presentato Shock Economy a San Francisco. Mi hanno colpita le sue parole sul terrore che si impadronisce delle persone , le rende fragili e bisognose di protezione. Le ho scritto per dirle che non ero d’accordo e ha ammesso che in alcuni casi avevo ragione. Ma nelle settimane dopo l’ho sentita ripetere una tesi che rende le persone più deboli di quelli che sono . Io , al contrario, penso che in circostanze straordinarie come i disastri scopriamo un potere che non sapevamo di avere , lo usiamo e a volte vinciamo”

La crisi economica è disastrosa ma gli americani sembrano rassegnati al “Business as usual”.Perché?

“La crisi è selettiva , alcuni rimangono senza casa e lavoro, altri no. Non è improvvisa come un terremoto , non crea la stessa comunità inclusiva . Però la gente si chiede il perché dei bonus milionari che continuano a Wall Street , si interroga sul capitalismo”

Non teme di essere bollata come un’inguaribile ottimista?

“Non importa , mi hanno detto di peggio. Vado controcorrente. Scrivo contro il darwinismo sociale della destra e la visione pessimista della sinistra. Sono piena di speranza , non un’ottimista. Conosco la sofferenza che le calamità portano con sé e al contrario degli ottimisti non credo nel lieto fine. Ho fiducia nella possibilità di chi si rimbocca le maniche e ,mette in piedi una cucina comune, scava tra i detriti , lotta per trovare acqua e medicine per chi soffre. Ho fiducia in chi scopre all’interno la porta del paradiso”

La paragonano a Susan Sontag. Che effetto fa?

“Mi lusinga a mi piacerebbe diventare quello che era negli ultimi anni della sua vita , la coscienza del suo Paese , capace di scrivere con grande empatia della sofferenza altrui. Naturalmente vorrei anche avere la sua chioma con quella spettacolare striatura bianca! La ammiro , ma tra noi c’è una differenza importante . Sontag era un’intellettuale di stile europeo, legatissima a New York , la città dove tutti credono di essere il centro dell’universo . Io preferisco i margini e vengo da un’altra America : il West dei nativi e dei pionieri , che guarda all’Asia ed è a un passo dal Messico e dalle culture indigene. Qui in California c’è un diverso allineamento con il resto del mondo”

Lei andrà all’Aquila cosa si aspetta?

“L’editore italiano ha voluto un capitolo sull’Aquila. L’ha scritto il mio traduttore , Andrea Spila, e ora sono davvero curiosa.Immagino che in Italia la società civile sia più forte e coesa degli Stati Uniti. Sbaglio? Vado a incontrare chi ha vissuto il terremoto , e imparare da loro”

Solnit è arrivata il 29 settembre

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