giovedì 12 novembre 2009

INTERVISTA AD ORY OKOLLOH, BLOGGER ,AVVOCATO KENYANO E ATTIVISTA POLITICA “Il web sta permettendo a me , donna nera , di giocare un ruolo prima riservato all’uomo bianco , e di farlo con successo”

Ory Okolloh è un avvocata, blogger , attivista politica keniana di 32 anni.

“L’accesso universale alla Rete è parte di un sogno per il quale non i stancherò mai di lottare: vedere i miei figli costruire qui in Africa il proprio futuro. Spetta a noi offrire loro una possibilità. Con la potenza delle idee e condividendo le conoscenze. Perché informazione significa democrazia”

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Nessuna illusione

“Con internet non cambieremo i governi , la politica o i risultati delle elezioni. Ma è in corso quella che chiamo una micro-rivoluzione. Micro perché parte degli individui : chi prima non aveva voce , oggi partecipa al dibattito politico , si scambia informazioni , denuncia abusi e corruzione. Il web sta permettendo a me , donna nera , di giocare un ruolo prima riservato all’uomo bianco , e di farlo con successo”

I mezzi utilizzati da Ory si chiamano Kenyan Pundit , blog della politica keniana (www.kenyanpundit.com) e Mzalendo ( www.Mzalendo.com) , il sito per la trasparenza nel Parlamento di Nairobi. Ushaidi (www.ushahidi.com) la piattaforma per il crowdsourcing , la raccolta di informazioni in situazione di crisi oppure di emergenza , a cui lavora insieme ad un gruppo di volontari.

Sono i nuovi rivoluzionari d’Africa Le loro armi? Software open source, giornalismo partecipativo , informazione libera . Intraprendenza, coraggio e ironia.

Ory si è laureata in legge ad Harvard : “da bambina , tutti quelli che vedevo lottare per una riforma del sistema erano avvocati : per me la parola legge significa giustizia”. Ha deciso di tornare in Africa nel 2005. A Johannesburg vive e lavora , in Kenya dove attività attività politica e sociale e nel resto del mondo dove la invitano i meeting internazionali ai nuovi media , per diffondere il suo messaggio “L’Africa non è solo morte, povertà , malattie. E’ anche talenti , impresa , innovazione”.

Come è nata l’idea di Mzalendo?

“Il parlamento keniano è un’istituzione pubblica , ma nessuno sapeva cosa facessero lì i nostri politici. Non avevano neanche un sito web. Bisognava tenerli d’occhio. Abbiamo cominciato pubblicando i loro curriculum vitae , poi siamo passati ai resoconti sulle loro attività. Con poco più di 20 dollari al mese , creatività e impegno, si può migliorare la trasparenza della cosa pubblica. Oggi 200 persone contribuiscono al progetto , soprattutto attraverso i commenti. E sono per la maggior parte donne. Non sarà Mzalendo a cambiare la politica del mio Paese , ma le persone che lo usano per informarsi, discutere, capire”

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Ushahidi invece sta modificando il modo di fare informazione. Durante l’ultima guerra a Gaza , con la stampa tenuta fuori , Al Jazeera l’ha usato per raccontare quello che accadeva. Come ci siete riusciti?

“Ushahidi in swahili significa testimone. Vedere, sentire, raccontare. E’ questa la sua forza. Le violenze scoppiate in Kenya dopo le elezioni del 2007 erano state oscurate. Avevamo bisogno di uno strumento per comunicare all’esterno quello che stava succedendo , sfruttando le informazioni inviate dai cittadini. Ne è nata una piattaforma di crowdsourcing , con la quale chiunque , durante e elezioni , calamità naturali o umanitarie , crisi politiche , può mandare informazioni via email o sms, e visualizzarle su una mappa in tempo reale. Tutto grazie a software open source”

Quali sviluppi immagina?

Farne il Firefox del crowdsourcing ! Scherzi a parte , stiamo lavorando per renderlo più veloce , migliorare l’accesso al sito e anche ottimizzare il processo di traduzione , perché le persone vogliono poterlo usare nelle loro differenti lingue”

Al progetto lavorano , gratis, persone da Malawi, Ghana , Uganda, Sud Africa . Il futuro dell’informazione africana è nel citizen journalism?

“La questione più importante è l’accesso. Pochi africani hanno la connessione in casa , ma molti usano cybercafè e uffici. Il futuro è il 3G, la connessione via telefono cellulare, che si sta diffondendo velocemente”

Solo un problema di digital divide?

“No. Anche e soprattutto la produzione di contenuti. Un esempio milioni di persone in Africa parlano swahili , ma Wikipedia in questa lingua ha qualche decina appena di contributors . Il fatto è che non siamo ancora coscienti di quanto sia importante produrre da soli le nostre narrazioni. Pensiamo molto all’accesso ad Internet. Ma quando tutti , o almeno molti, potranno connettersi , cosa sceglieranno di guardare? Yahoo o un portale keniano? Il punto è l’uso che si fa della tecnologia. Nell’immaginario comune , l’Africa è solo disastri. Ogni volta è una battaglia , anche con i nostri editori , per promuovere storie positive. E la percezione del continente che si ha all’esterno è uno dei suoi mali peggiori . Per cambiarla , dobbiamo essere noi a raccontare l’Africa che viviamo. Ma sono ottimista , perché ogni giorno nascono nuove iniziative”

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Esempi?

“Marsgroup (www.marsgroupkenya.org) , un progetto di giovani keniani nato per controllare le attività del governo, combattere la corruzione, promuovere politiche di sostegno all’imprenditoria giovanile. Mixt (www.mixt.coza) messaggistica istantanea e social network per telefonino e pc , gratis. Yola (www.yola.com) , che insegna come fare un sito web. E l’Ong Sodnet (www.sodnet.org), che usa il web per favorire lo sviluppo delle comunità più povere del Kenya”

C’è anche chi attraverso il web vuole provare ad aiutare i rifugiati a ritrovare le famiglie ( il social network , Refunite) secondo lei può funzionare?

“Non lo conosco bene , ma mi sembra un’ottima idea”

Tornando alla percezione dell’Africa che si ha all’esterno ; quale immagine alternativa proporrebbe?

“Quella dei ghepardi , come l’economista ghanese George Ayittey ha definito i giovani con meno di 28 anni e che rappresentano una parte di popolazione pari al 60% in molti paesi africani. Studiano, comunicano, informano, fanno impresa. E cominciano a voler veder riconosciuti i propri diritti, così come il merito e l’impegno. Sono loro il futuro dell’Africa”

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