mercoledì 16 dicembre 2009

INTERVISTA AI FRATELLI COEN, PRESENTANO “A SERIOUS MAN”

Arriva al cinema “Serious man” dei fratelli Coen. Il film è impregnato di umorismo nero e assurdo. Parla di un brav’uomo n, uno stimato docente universitario, travolto dagli eventi , sempre più surreali , in un crescendo angosciante : uno studente lo ricatta , la sua promozione è a rischio, la moglie lo tradisce con un amico di famiglia e lo caccia da casa chiedendo il divorzio , la figlia lo deruba, i figli combina guai a scuola , il fratello disoccupato finisce nei guai e la vicina di casa turba i suoi sogni. L’uomo cerca risposte dai rabbini.

I fratelli Coen rispondono all’unisono.

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E’ proprio quello di Serious man l’ambiente in cui siete cresciuti? Si spiegano molte cose..

“Sì ,la nostra scuola era molto simile. Avevamo insegnanti geriatrici originari perlopiù dell’Europa dell’est. Simili i genitori e anche i sobborghi. Ma le analogie finiscono qui : la storia è completamente inventata, così come il protagonista , sebbene sia costruito su tante persone che abbiamo conosciuto . Amici dei nostri genitori , che infatti erano professori come il protagonista. E’ sicuramente il nostro film più personale , ma non è autobiografico. Il c’era una volta delle nostre menti facilita la narrazione , è più semplice ambientarla nel passato piuttosto che nella realtà di tutti i giorni”

I vostri ricordi coincidevano?

“No, ma non era necessario”

Mel Brooks dice che i suoi ebrei sono invincibili , mentre quelli di Woody Allen sono timorati di Dio. E i vostri?

“Non sono affatto invincibili , anzi. I nostri sono molto morali , pieni di problemi e preoccupazioni”

Specie il protagonista

“Era un ruolo difficile per un attore , perché doveva resistere alle tentazioni di abbellirlo. E’ un personaggio molto passivo , sul quale si abbattono disgrazie che non riesce a spiegarsi , e non ha una fede così incrollabile per poterle sopportare”

Il prologo del film , una favoletta nera ambientata in un villaggio di ebrei polacchi nell’Ottocento , è un corto a sé stante che però preannuncia le sciagure imminenti

“Pensavamo che una storiella autonoma fosse un’introduzione appropriata e , poiché non ne conoscevamo nessuna adatta , l’abbiamo inventata. Volevamo che ci fossero l’horror che la leggenda popolare. La razionalità contro l’assurdo compare specie nelle storie yiddish. Nei racconti di Singer , che abbiamo letto, si parla molto di dybbuk , l’anima di un defunto che torna per impressionarsi di un vivo. Noi non volevamo parlare della morte in modo esplicito , però l’elemento c’è.Il film è il nostro modo di rappresentare la cultura ebraica”

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E come si inserisce nella tradizione yiddish?

“La cosa divertente è che noi non ci sentiamo inseriti in questo solco , non ci facciamo troppi problemi. Non siamo abituati a confrontare la nostra sensibilità con quella di altri autori o scrittori ebraici , anche se ad esempio Philip Roth ci piace molto”

Il livello di tensione e ansia sale di scena in scena

“Scrivendo il film non ci siamo chiesti se dovesse far ridere o no. Sulla storia aleggia sempre la sensazione che stia per arrivare la catastrofe. Non l’abbiamo fatto apposta , ma è così. Il filo conduttore del film sono i timori e il prologo rafforza questa sensazione , introducendo subito un elemento oscuro”

Il finale molto cupo riflette il vostro pessimismo cosmico?

“No, non è la nostra visione personale della vita. L’arrivo del tornado è sembrata la fine giusta : funzionava anche per le sue implicazioni oscure. Ma gli uragani da quelle parti ci sono tutti gli anni : è qualcosa con cui abbiamo una certa familiarità. Volevamo ritrovare le sensazioni di quei posti e di quei momenti , e dunque anche la meteorologia ne faceva parte”

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Nulla a che vedere con l’attualità?

“Amiamo la libertà di raccontare le storie che a Hollywood non piacciono, perché non sono consolanti e i personaggi sono tutt’altro che eroici. L’atmosfera del film rispecchia quella del periodo in cui l’abbiamo scritto , quando Obama non s’era nemmeno candidato. Oggi l’America si sta liberando della sua solitudine e del vuoto morale. Ma quando scriviamo noi non ci preoccupiamo mai dell’oggi e non vogliamo fare nessuna riflessione sull’attualità”

Dio compare raramente nei vostri film e, quando accade, come in questo, non ci fa un figurone..

“Qui c’è ed è trattato in modo esplicito. Era naturale farlo , vista l’ambientazione. In quel contesto , chi aveva problemi si rivolgeva al rabbino come se fosse la cosa più logica e ovvia da fare. Ci interessava questo aspetto”

Siete sicuri che la comunità ebraica abbia gradito questo quadro così irriverente , sarcastico e desolante?

“Temevamo reazioni negative , ma non ci sono state : è stata una bella sorpresa. La maggior parte ha colto il senso . Abbiamo coinvolto nelle riprese la comunità di Minneapolis e qualcuno ogni tanto ci chiedeva “non è che vi state prendendo gioco degli ebrei”, ma non era questa la nostra intenzione. E’ un ritratto benevolo, aperto, affettuoso , che vuole mettere in luce aspetti meno noti del giudaismo. Alcuni ebrei, magari i più anziani e ortodossi, non ne saranno stati felici , ma sono quelli che vanno meno al cinema”

Perché sfornate film a raffica cambiando sempre genere?

“Non pensiamo mai in termine di genere: cerchiamo esperienze diverse solo per non ripeterci e per annoiarci”

Per il prossimo , un western , avete scelto Jeff Bridges , dieci anni dopo il grande Lebowski.

“Abbiamo già lavorato assieme e stavolta non sarà diverso , Jeff è un grande attore e ha l’età giusta : non abbiamo pensato a nessun altro di quella fascia. John Wayne era più vecchio quando interpretò True Grit , mentre il personaggio del libro era più giovane. Nella storia originale c’è molto più umorismo e violenza rispetto ai film di Wayne”

I vostri fan aspettano il seguito del Grande Lebowski : lo vedranno mai?

“Assolutamente no. Anche se John Turturro fa di tutto per convincerci , almeno per fare uno spin-off del suo personaggio”

Non vi viene mai voglia di lavorare separatamente?

“No, non ci interessa. Ne verrebbe fuori qualcosa di diverso, ma ci troviamo bene così”

Come vi dividete i compiti?

“Ce lo chiedono sempre e non sappiamo mai cosa rispondere”

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