martedì 22 dicembre 2009

INTERVISTA A SERGIO RUBINI, RACCONTA IL SUO ULTIMO FILM “L’OCCHIO NERO” - “Quando si guarda indietro , non si riproduce mai tutto ciò che è accaduto, ma quello che avresti voluto fosse accaduto , le parole che avresti voluto dire a sentire”

Sergio Rubini dirige Scamarcio e Golino ne “L’uomo nero”.

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Quanto autobiografica , Rubini , è una curiosità ineludibile

“Molto. Ma come in tutte le storie molte vere c’è anche molto di falso. Quando si guarda indietro , non si riproduce mai tutto ciò che è accaduto, ma quello che avresti voluto fosse accaduto , le parole che avresti voluto dire a sentire. Mio padre era davvero ferroviere e pittore dilettante , così come il padre di Domenico Starnone che ha scritto la sceneggiatura con me e Carla Cavalluzzi. Quanto quel bambino del film sia io e quanto quell’uomo che interpreto sia davvero mio padre , non lo so. Le persone vere sono incomplete , mentre il cinema le completa e mette un punto alla fine”

Suo padre aveva ambizioni artistiche frustrate?

“Anche lui da giovane avrebbe voluto fare il pittore e si ispirava a Cezanne. Io partecipavo alle sue sofferenze. E quando lo vedevo contemplare per ore un quadro al museo , mi chiedevo come fosse possibile che potesse interessarlo tanto o se piuttosto non stesse solo pensando a come fregarselo… Una volta vidi in tv un’intervista a Don Chisciotte e ci rimasi molto male: diceva che gli impressionisti erano stati la più grande rovina dell’arte perché avevano autorizzato chiunque a sentirsi pittore con due pennellate. Il trionfo del dilettantismo. E nella difesa di questo dilettantismo è nascosta l’attualità di questo film”

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Cioè?

“Negli Anni ‘50 e ‘60 vi fu un’esplosione di amatorialità , anche rozza e all’apparenza patetica, che ora s’è estinta. Chi voleva emergere s’improvvisava attore, pittore , cantante. Gli intellettuali stroncarono con disprezzo queste velleità , perché dietro ogni passione doveva esserci per forza un pensiero , e ciò ha avuto effetti devastanti sulla società”

Addirittura?

“Sì, perché crearono un esercito di uomini soli , feriti e bistrattati , i cui eredi sono i concorrenti del Grande Fratello , quelli che vogliono emergere senza saper fare nulla. Hanno trovato aiuto dove sono stati accolti e si sono trasformati in qualcosa che ci fa paura. Penso che se non li avessimo così maltrattati , oggi ce li saremmo trovati dalla nostra parte”

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Anche lei ha riscoperto la figura paterna solo in età matura?

“Anch’io , come tanti, mi sono detto “non voglio essere come mio padre”. Ma quando i figli si dicono questo , in realtà hanno bisogna di buttare giù i ruoli. Quando poi impari a vedere tuo padre come una persona , e non più solo come un genitore, diventa tutto più accettabile e comprensibile. Uccidere il padre fa paura ma è sano, perché spinge poi ad aggiungere un pezzo nuovo. Basta con la retorica dei padri: il fratricidio è molto più inutile”

Nel suo film precedente, Colpo d’occhio, lei era un subdolo critico d’arte. In questo i criticonzi di paese rovinano la vita al pittore dilettante. Ha qualche problema con la critica?

“No, no. In L’uomo nero i critici sono solo due piccoli notabili del paese che fanno da garanti dell’immobilismo, a loro volta frustrati e afflitti dallo stesso dolore della loro vittima. “Ma dove vuoi andare?” è una frase che si ripete dalle mie parti , come un’iniezione letale che ci si pratica a vicenda: impedisce che l’altro vada più avanti di te. L’immobilismo è il male inestirpabile di quelle realtà di provincia”

Anche a lei dicevano “ma dove vuoi andare”?

“Per fortuna la mia famiglia era rispettosamente distratta e avevo una cerchia di amici anarchici che non mi derideva e mi proteggeva dalla mediocrità del luogo”

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C’è più odio o amore nel rapporto con le sue radici?

“Il rapporto è conflittuale. Sono andato via a 18 anni , ma non volevo scappare. Lo strappo è stato brutale. Poi mi sono reso conto negli anni che l’unica cosa che avevo da raccontare era quel posto e quello strappo. Non appartengo a nessun luogo , neanche a Roma, ma solo ai miei ricordi , che vengono continuamente traditi. Torno sempre a girare in Puglia perché è il teatro di posa che conosco meglio e l^ mi viene facile inscenare anche quel che ho pensato ed è successo altrove”

Le diverte più recitare o dirigere?

“La regia è più rassicurante perché sai cosa stai facendo. L’attore è come un passeggero in moto che non sa dove il guidatore lo stia portando e come guidi. Il mestiere di regista può aiutarti a vivere , quello di attore a perderti. Infatti, da vent’anni provo a fare i miei film , mentre recitare per gli altri è una specie di vacanza che mi concedo solo con chi so che non mi metterò alla prova”

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