mercoledì 17 febbraio 2010

INTERVISTA A NICOLAI LILIN , SCRITTORE RUSSO “Raccontare i tatuaggi è disonesto. Il tatuaggio non accetta le parole, le sostituisce”

Nicolai Lilin è uno scrittore russo arrivato da Bender – nella terra senza legge della Transnitria , tra Moldavia e Ucraina , una specie di enclave che si dichiara comunista e guarda a Mosca. Nel suo nuovo libro racconta il popolo urca, vissuto in Siberia. Si chiama “Educazione siberiana” ed è diventato in fretta un caso editoriale , ma anche un caso politico. Ha scatenato amori e odi , e critiche feroci di molti esperti in Russia , che lo accusano di mistificazione e ricostruzione fantasiose.

“io volevo solo raccontare in un romanzo la Russia di mia madre , che ha lavorato tanto e alla fine è dovuta fuggire da casa , in Italia. E il mondo di mio padre , che è vivo per miracolo e non ha più niente . Una delle tante vittime dello sporco gioco di potere che si è svolto in Transnistria. Oggi sta ad Atene , fa mille lavori, il macellaio o il cameriere , è un uomo solo , che ha lasciato alle sue spalle un intero mondo perduto”

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Nicolai, nei suoi racconti , tra icone e coltelli, tutto sembra rovesciato : i criminali sono onesti , e dallo Stato , invece bisogna guardarsi. Quelli , che dovevano essere i cattivi, sanno difendere i deboli , onorare i vecchi , aiutare i malati , fedeli a un codice d’onore, direi cristiano

“Io ho scritto della mia famiglia , della mia gente , della comunità dove sono cresciuto , di cui nulla si sa. E’ un racconto che piace a nessuno, evidentemente. Mezza Russia , e non solo, mi odia per questo. C’è chi dice che sono balle, che è tutto inventato , che in Transnistria non è stato mai deportato nessun siberiano. A me non interessa. Io non sono uno storico, non ho fatto ricerche d’archivio. Ho scritto un romanzo , con quello che ho visto e che so. Gli urca non furono deportati? La mia bisnonna , che a 23 anni rimase sola con sette figlioli , ricordavano che li avevano portati via tutti insieme col treno fino alla frontiera. Furono costretti ad attraversare il fiume e fu detto loro “Le armi sono pronte , chi torna indietro è morto”. A casa lo raccontava sempre. Ma fuori aveva paura. Quando io ero piccolo, lavorava in ospedale, faceva l’infermiera. E si faceva passare per ebrea , per non dire chi era. Questa è la nostra storia”

Chi sono nel suo libro pagine anche divertentissime e toccanti. E piccole cose all’apparenza insignificanti che disegnano una realtà, un’atmosfera: per esempio suo zio che le lasciava le chiavi di casa per innaffiare i fiori quando era in galera , come fosse andato in vacanza. E però il libro sfata d’un colpo molte convinzioni radicate. Gli urca , per esempio, che nell’immaginario collettivo sono la peggior stirpe dei criminali siberiani , selvaggi e senza cuore , qui appaiono come figure quasi mitologiche , con una scala di valori potentissima che si tramanda da generazioni attraverso gli insegnamenti dei vecchi. Solzhenitsyn e Shalamov li avevano descritti in tutt’altro modo.

“Parliamo sempre di testimonianze che arrivano dal di fuori. Ricostruzione alimentate dal regime sovietico per cancellare la memoria di questo popolo, diffamandolo. Neanche Shalamov ha mai visto un vero urca : nei lager i criminali di più rozza natura venivano etichettati come urca. E così sono passati alla storia. E’ successo anche ai nomadi mongoli. Non so perché, ma li chiamano basmaci (eppure i ribelli basmaci dovevano essere popolazioni islamiche del Tadzhikistan e dell’Uzbekistan) : un marchio che fu una condanna , e ne condizionò l’esistenza. Beh, permettetemi di raccontare un’altra storia, la mia. Quella degli urca visti dai loro figli, quella che mi ha raccontato mio nonno”

Però sembra colpito dalle critiche che le sono piovute addosso

“Io sentivo di dover salvare la memoria di alcune cose, dolorose, accadute nella terra dove sono nato. Ho scelto di rivolgermi alla gente come me, raccontando quello che ho visto e vissuto veramente. Non ho filtrato il ricordo attraverso il mio spirito critico di oggi. Ho voluto riprodurre la realtà così come è arrivata a me, attraverso la mia percezione di bambino , prima, e di ragazzo di sedici , diciotto anni , poi. Piccole storie di uomini e donne che non si trovano nelle enciclopedie. Mia madre, leggendo il libro, ogni tanto diceva “Nicolai , ma guarda che qui hai sbagliato , la cosa non era esattamente così …”. Io la bloccavo subito “Mamma , io la ricordo come l’ho scritta”.

Con il crollo dell’Urss le cose da voi sono andate anche peggio. Che cosa è rimasto del suo quartiere , Fiume Basso?

“La nostra zona è una terra senza legge sotto il controllo della Russia. Tutti i meccanismi sono saltati e l’illegalità è diventata norma. E’ un gigantesco arsenale in balia di interessi contrastanti. Laggiù gente onesta non c’è n’è più , e tutto si paga. Come diciamo noi : neanche le mosche fanno l’amore per niente. L’ultima volta che ci sono stato non ho riconosciuto il posto , dei miei amici non c’è più nessuno”

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Affascinante è la storia dei tatuaggi. Li descrive come un codice segreto , che solo gli iniziati possono leggere e decifrare. Un libro misterioso che al saggio rivela i trascorsi di una vita. Può spiegarci i tatuaggi segnati sul suo corpo?

“No, non posso.Raccontare i tatuaggi è disonesto. Il tatuaggio non accetta le parole, le sostituisce”

Comunque a Cuneo , dove vive, fa il tatuatore. Secondo l’antica arte siberiana

“Non più. Ho ricevuto molte minacce e ho dovuto smettere”

Sulla guerra cecena lei sta scrivendo un altro libro . Ma le vorrei chiedere subito come ha potuto lei, cresciuto nel rifiuto delle istituzioni e delle autorità , combattere nell’esercito russo contro un popolo ribelle

“Mi ci sono trovato e non ho avuto la possibilità di evitarlo. Una volta dentro , pensi solo a salvare la pelle. Atrocità , sì, ce ne sono state tante , dall’una e dall’altra parte. Ma al mio comandante devo la vita. Lo rispetto e gli sarò grato per sempre”

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