mercoledì 31 marzo 2010

INTERVISTA A LEDA COLOMBINI , ESPONENTE DELL’ASSOCIAZIONE “A ROMA INSIEME” CHE SI OCCUPA DI MADRI DETENUTE “A Rebibbia ci sono anche celle dove ci sono 6 madri e 6 bambini. Poi stanno chiusi a chiave dalle 8 di sera alle 8 del mattino. Di giorno possono uscire in un giardinetto, ma stanno sempre e solo con le donne detenute e con i loro figli.”

Leda Colombini si batte per dare una vita normale ai figli delle mamme detenute.

Di cosa si occupa l’associazione “A Roma insieme”?

“Di fornire servizi sociali alla classi disagiate”

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Uno dei progetti degli ultimi anni è quello di portare fuori dalle carceri i bambini delle mamme detenute..

“Certo: dopo la riforma dell’ordinamento penitenziario del’75 per la prima volta si è dato la facoltà alle madri che non hanno la possibilità di affidarli ad altri, di portarli con sé in carcere fino a tre anni. Quella è l’età per cui un bambino stare con la madre è indispensabile e decisivo”

Però questo significa costringere i bambini ad una vita anomala?

“Sì, purtroppo quella legge da un a parte ha concesso a madre e bambino di poter vivere insieme quegli anni cruciali , ma ha aperto una sorta di contraddizione , costringendo i bambini a vivere in una condizione innaturale”

Quanti bambini ci sono attualmente in carcere in Italia?

“Non hanno mai superato i 72-75 , ma solo perché tutte quelle che possono preferiscono lasciarli fuori , a qualche altro affetto”

Che vita fanno questi bambini in carcere?

“Il loro sguardo sbatte sempre contro un muro. E invece gli orizzonti , l’altezza degli alberi, la circolazione, sono tutti stimoli che non dovrebbero mancare a loro”

Vivono in una cella?

“Sì, in spazi ridottissimi : A Rebibbia ci sono anche celle dove ci sono 6 madri e 6 bambini. Poi stanno chiusi a chiave dalle 8 di sera alle 8 del mattino. Di giorno possono uscire in un giardinetto, ma stanno sempre e solo con le donne detenute e con i loro figli. Così vivono una tensione permanente , non solo perché le madri sono di lingue, culture, usi e costumi diversi , ma perché la vedono anche spesso litigare tra di loro”

Come avete migliorato questa situazione?

“Prima di tutto abbiamo intrapreso una battaglia per portarli al nido esterno: nonostante non siano mai stati più di 12 , è stata comunque dura”

Perché?

“Abbiamo dovuto fare in modo che il Comune fornisse un pulmino per portarli al nido: ma la delibera continuava ad avere ostacoli. Alla fine abbiamo preso da parte le consigliere comunali , e abbiamo detto loro :Il disagio più grande di una persona è quello di vedersi privato della libertà. Ve li immaginate questi bambini a cui viene tolta la libertà di correre, giocare , vedere il mondo ? “A quel punto la delibera è passata”

Vengono portati tutti nello stesso nido?

No, altrimenti non sarebbe avvenuta l’integrazione e poi sarebbe stato difficile imporre al municipio di togliere tanti posti in un solo nido. E poi non le dico le reticenze delle madri..”

In che senso?

“Molte hanno una cultura ancestrale e vivono con difficoltà l’idea di separarsi dai propri figli: pensi alle nomadi. Ma poi hanno cominciato a fidarsi … e ora sono contente”

Ma non vi bastava…

“No, abbiamo pensato che i bambini dovessero avere il massimo della normalità possibile. Quindi era fondamentale che imparassero ad entrare anche nella società , a esplorare altri ambienti, altre persone. Allora abbiamo proposto le uscite del weekend”

Dove li portate?

“In tutti gli ambienti dove andrebbe una famiglia normale. Al supermercato, in montagna, al mare , allo zoo”

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Come re agiscono i bambini?

“E’ incredibile , sono stupiti persino del traffico. Molti hanno paura di tutto.Ricordo sempre una bambina che aveva il terrore di salire sullo scivolo: ma quando si è sbloccata ci è voluta un’ora per tirarla giù! E un’altra che si è portata una palla di neve in carcere per farla vedere alla madre”

Avete qualche psicologo che vi consiglia?

“No, abbiamo preferito far leva sull’esperienza di madri e di volontarie: siamo sempre attente ai loro bisogni, ma lasciandoli  molto liberi. Forse questa esperienza aiuta più noi , le vecchie befane come me , a crescere a ad andare più in profondità”

Ma che fino fanno questi bambini dopo i tre anni, se le mamme rimangono in carcere?

“Io non auguro a nessuno di vedere le cose che abbiamo visto: bambini strappati alla madre senza sapere che cosa sarebbe stato di loro. E’ per questo che abbiamo creato una specie di percorso per l’affidamento familiare di quei bambini che non avevano alternativa all’istituto. la famiglie affidatarie escono con noi 3-4 volte il sabato,  in modo che il bambino si abitui a loro . La  separazione è sempre dolorosa , ma meno traumatica”

Lei mi sta parlando di Rebibbia , ma esistono anche altre iniziative del genere in Italia?

“Grazie al nostro impulso , anche la Provincia di Milano ha messo a disposizione una villa dove sono state portate le detenute di S.Vittore, che possono vivere in un ambiente meno ostile del carcere con i propri figli”

Non avete pensato a una proposta di legge?

“Certo che sì. Presentata al Parlamento nel 2005 , corredata da 10 mila firme , si è arenata. Punta a far sì che le madri detenute possano usufruire di una custodia attenuata , anche perché nel 98% dei casi sono colpevoli di reati non socialmente non pericolosi. E poi punta a cancellare delle ingiustizie : ad esempio che quando un bambino viene portato in ospedale la madre possa assisterlo anche se accompagnata dalla scorta. Attualmente alla madre è vietato e resta solo”

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