venerdì 10 dicembre 2010

INTERVISTA A PATRICK ROBINSON, DIRETTORE CREATIVO DEL MARCHIO GAP “Stare bene in questo mondo interconnesso e globalizzato significa non avere paura di culture e persone diverse”

Patrick Robinson è il direttore creativo del famoso marchio Gap, abbigliamento casual, che ha aperto da poco un negozio a Milano e ne aprirà uno a Roma in primavera. 41 anni , da tre e mezzo alla testa di Gap, Patrick ha una squadra di ragazzi che lavorano per lui a caccia di idee.

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Qui e ora , in tutto il mondo, tutti con gli stessi jeans e le stesse magliette che si vendono nei vostri oltre 1330 negozi. Non è spersonalizzante?

“Al contrario. La globalizzazione è un bene. Ci vestiamo allo stesso modo da Los Angeles a Milano perché siamo connessi gli uni agli altri e condividiamo uno stile di vita. Ma nessuno ci obbliga a connetterci. Lo facciamo perché ci va. Altrimenti basterebbe spegnere il Blackberry”

Lei ci riesce?

“Io no. E lei?”

Nemmeno

“Stare bene in questo mondo interconnesso e globalizzato significa non avere paura di culture e persone diverse. E’ grazie alla nuova generazione che l’America oggi ha un presidente neo , un evento che mai avrei creduto di accadere nella mia vita. Essere globali significa condividere i problemi e trovare insieme delle soluzioni”

Però, nel mondo, c’è chi sta meglio e chi ha molto bisogno di aiuto

“Essere connessi serve anche ad aiutare gli altri. Io sono convinto che i giovani stiano costruendo un mondo migliore di quello in cui stiamo cresciuti io e lei”

E che cosa c’entra la moda?

“La moda non è più un’entità separata che decide come ci dobbiamo vestire. Gap deve interagire con il suo pubblico , è giudicato di continuo dai consumatori anche rispetto all’etica della produzione”

Quando è arrivato da Gap quali intenzioni aveva, rispetto a un prodotto già così affermato?

“Per tradizione, Gap vestiva la gente solo tre giorni alla settimana, nel weekend. Ma, intanto , il pubblico aveva cambiato abitudini , per esempio indossava i jeans anche in ufficio e al ristorante. Ci voleva una gamma più ampia di jeans . Agli stessi prezzi bassi. Abbiamo investito in ricerca: il denim è tutta tecnologia”

Lei ha lavorato in Italia , vent’anni fa , proprio a Milano, da Giorgio Armani. Che cosa ricorda?

“Che ingrassai come una botte perché scoprii il piacere del cibo”

Gastronomia a parte?

“Armani mi ha insegnato moltissimo. E’ stato un pioniere che ha cambiato l’idea stessa del vestirsi, per uomini e donne”

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Mi scusi , torno alla globalizzazione . Davvero non crede che ci siano differenze tra europei e americani?

“Certo che ci sono. Ma sempre più sottili. A Parigi o a Londra si apprezzano di più i tessuti, si conoscono i diversi tipi di lana, mentre a New York è inutile cercare di vendere pantaloni in lana perché gli americani vogliono solo il cotone, estate e inverno. A Tokyo, invece, bisogna offrire una gran varietà di accessori, in particolare borse”

Arriverà un giorno in cui da Gap si troveranno gli abiti da sera e gli smoking?

“No, non è il nostro business. Per un abbigliamento più formale c’è il nostro marchio gemello , Banana Republic e , se vogliamo divertirci con l’alta moda , ci sono le collaborazioni speciali. Per esempio , in occasione dell’arrivo in Italia , sarà lanciata una piccola collezioni di pezzi Gap rivisitati da Maria Grazia Chiuri e Pier Paolo Piccioli, della maison Valentino”

Nelle vostre campagne a volte ci sono modelle , star del cinema , ma anche gente comune. Come li scegliete?

“In questo momento mi interessano i personaggi dello star system ma nuovi tipi di celebrity. L’idea stessa della celeBrità sta cambiando. Oggi si può essere famosi perché si ha un blog o perché si fonda un’azienda che si occupa di nuove forme di energia o perché si fanno iniziative umanitarie. Si può fare un video , metterlo su Youtube e farsi vedere da più persone di quelle che vedono un film di Hollywood”

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