lunedì 31 gennaio 2011

INTERVISTA A NICOLE KIDMAN “Il dolore non se ne va mai, ma che in qualche modo impariamo a vivere con esso. La vita forse non torna mai quella che era , ma diventa qualcos’altro”

Buon anno, Nicole. Propositi?

“Per il nuovo anno? Preoccuparmi di meno. Non solo per il nuovo anno: per il resto della mia vita”.

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Ci sta riuscendo?

“Diciamo che va un po’ meglio. Sono una di quelle persone che si svegliano per i pensieri alle 3 di notte e compilano una lista mentale delle telefonate da fare. Mi preoccupo per i miei cari , mia madre , mio padre. Quando arrivi a una certa età , quello diventa un grosso pensiero: la speranza che siano in salute e che se la cavino bene”

Lei ha lavorato con i registi più potenti e leggendari?

“E complicati”

Ognuno di loro , ne sono certa , si sarebbe precipitato a fare Rabbit Hole ( il nuovo film della Kidman ndb) . Eppure ha scelto John Cameron Mitchell , un regista decisamente indipendente , quasi underground. Quello che ha girato Hedweig e Shortbus. Molto poco Hollywood. Perché proprio lui?

“Anche se mi hanno fatto spesso nuotare nell’acquario dei pesci grossi di Hollywood , le mie radici sono molto più vicine al modo di lavorare di uno come Mitchell. E poi, ho spesso lavorato con registi che stavano cambiando genere. Quando mi ha diretto in The Hours , Stephen Daldry aveva appena girato Billy Elliot , e veniva dal teatro. Lo stesso con Sam Mendes : quando ho fatto con lui ha teatro The Blue Room , era un regista giovane e d’avanguardia. LO stesso con Lars von Trier. Mi sento a mio agio nelle mani di artisti di questo tipo , è quello che mi attrae, quello che conosco, quello che mi appartiene. MI sento più fuor d’acqua in un progetto più lineare , più commerciale. Ormai ho capito che non do il meglio quando cerco di conformarmi”

In ogni intervista lei mi ha parlato dell’importanza per un artista di avere coraggio, di essere pronto a uscire dalle situazioni comode. Con Kubrick , in Eye Wide Shut , si è spinto nel luogo più oscuro per una coppia. Con Baz Luhrmann , per Moulin Rouge!, si è addirittura rotta le costole. Con Stephen Daldry , in The Hours, è entrata nei pensieri suicidi di Virginia Woolf . Ma per la parte di Becca , la madre di Rabbit Hole , ha dovuto convivere con l’impensabile , la perdita di un figlio. E ha detto che per lei – madre tre volte – è stata un’esperienza particolarmente dolorosa. Che le è capitato di svegliarsi in preda al panico o al pianto. Non è stata una parte più difficile di altre?

“Entrarci dentro non è stato affatto difficile. Le emozioni a cui attingere erano fin troppe. Sapevo come interpretare becca, il suo stoicismo , il suo desiderio di vivere ancora, il suo provare a vivere. Il difficile non era l’enormità del dolore , questo peso che la schiaccia come un albatros incapace di volare. Il difficile era tornare ad essere Nicole , non perdermi dentro Becca. Il difficile era tornare a casa e, come se niente fosse successo, sedermi a cenare con mio marito e nostra figlia Sunday . Ma è qualcosa che succede anche agli altri attori , e non solo a loro. Uno scrittore viene assorbito dai suoi personaggi , e poi come si fa a tornare alla propria vita? Questo aspetto è parte del percorso di ogni artista , se è un artista sincero e autentico. Ecco perché a volte mi spaventa la prospettiva di un lavoro . Quando ci sono dentro , poi, è bellissimo . Ma so che cosa comporta”

Uno dei tabù di Hollywood : la morte. Certo , ci sono state opere teatrali e televisive come Angels in America , e libri come quello dove Joan Didion racconta la morte del marito..

“L’anno del pensiero magico. L’ho letto proprio per preparare Rabbit Hole. MI ha colpito tantissimo”

La forza di quel libro sta proprio nel tentativo di capire la malattia e la morte. Come quando la protagonista , per riuscirci, si compra una divisa da infermiere di ospedale. Ecco, in Rabbit Hole , ho intuito lo stesso sforzo. Con Aaron Eckhart vi tuffate nel percorso – la terapia per i familiari sopravvissuti , la madre che si veste per tornare nel posto dove lavorava prima di mettere su famiglia – c’è questo faticoso tentativo di capire

“Non è il tentativo di capire , è il tentativo di vivere dopo aver preso qualcosa che si è portato con sé la tua energia vitale. Come nel personaggio di Virginia Woolf : Perché vivere? La vita è un dono, ma non sembra più tale quando diventa tanto crudele. E’ contro questo che combatte Becca , come se dicesse “Sto cercando di restare dentro questa vita , ma in realtà non lo voglio”. Mi tocca nel profondo il suo chiedersi “Perché dovrei invecchiare , ora che la cosa più bella della mia vita mi è stata tolta? Perché dovrei arrivare a 80 anni? Che senso ha?”. Credo sia un ostacolo che tutti noi esseri umani prima o poi incontriamo. Alcuni di noi restano sopraffatti. Altri imparano a navigare , ad attraversarlo, e per questo trovo così bella la parte in cui Dianne ( West, che fa parte della madre di Becca , ndb) dice che il dolore non se ne va mai, ma che in qualche modo impariamo a vivere con esso. La vita forse non torna mai quella che era , ma diventa qualcos’altro”

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Non voglio dire che si possa capire una cosa solo se la si è provata. Però John Cameron Mitchell ha detto che a spingerlo verso questa storia è stato il suo trauma di adolescente che ha visto morire un fratellino di 4 anni

“E’ un uomo con una profonda capacità di compassione. Ma anche divertente e, per quanto sembrino due mondi inconciliabili, il senso dell’umorismo è una parte importante di questo film”

E anche di Nicole Kidman , della sua vita e della sua carriera . Ricordo quando uscì Da morire e la gente diceva: non ci posso credere, Nicole Kidman è divertentissima

“Ho raramente l’opportunità di dimostrarlo , perché mi scelgono sempre per parti drammatiche. Ma quando ne ho l’occasione , la prendo al volo. Perché per quanto io sia interessata alle grandi domande sulla condizione umana , mi piace anche farmi una bella risata. Poco fa stavo controllando che cosa c’è stasera qui a Nashville al Comedy Club , magari facciamo un salto con Keith ( suo marito ndb) se c’è un comico di quelli bravi”

Da quando siete sposati, se non lavorate state alla larga dai riflettori e fate con la bambina un’esistenza il più possibile normale, a Nashville . In che modo questo ha influenzato la sua carriera?

“E’ stato Keith che mi ha spinto a fare questi film , fra i tanti progetti che mi erano stati offerti , e alcuni erano davvero buoni, ma ho detto no perché non volevo stare via da casa. Anche su Rabbit Hole avevo dei dubbi, dicevo “Non so se dovrei”. Ha insistito lui “Devi farlo, il lavoro è sempre una parte di te”. Mi ha praticamente cacciato dal nido, e guardi che a me il nido piace. Posso stare benissimo qui a leggere , a scrivere, occuparmi di Sunday , gingillarmi un po’ e riempire le giornate finché è passato un anno e neanche me ne sono accorta. Ma Keith sa qual è il mio percorso artistico: è da quando ero bambina che ho il desiderio di raccontare storie . Posso deviare , ma la verità è che voglio invecchiare facendo questo lavoro”

Starne lontana per un po’ l’ha aiutata a capire quanto è importante per lei il suo lavoro?

“Certo, e poi le pause mi alimentano. Leggo, scopro cose importanti di me, di quello che conta per me. Perché ho finalmente molto tempo per pensare. Prima lavoravo in continuazione , ora la maggior parte dell’anno la passo con la mia famiglia . Sunday va a scuola per 4,5 ore , così posso anche cucinare , leggere, scrivere nel diario. Dedicarmi a cose che mi fanno bene”

La vita che già negli Anni Novanta disse di sognare

“Sa che ho appena piantato un bel frutteto? Era da tanto tempo che lo volevo fare. Peschi , ovviamente, perché siamo al Sud. E poi peri , susini. Abbiamo dovuto far mettere uno steccato , se no mangiavano tutti i cervi”

A proposito di coltivare : so, per esperienza , quanta importanza dà ai dettagli per costruire i suoi personaggi. MI parli dei dettagli di questo film : la perfetta casa da sobborgo americano, i mobili eleganti , i vestiti di Becca

“Ho lavorato di nuovo con Ann Roth : quando ho una parte come questa , cerco sempre lei”

In Romania sul set di Ritorno a Cold Mountain , la costumista era lei. Per farla entrare nel personaggio della protagonista che cammina intirizzita e affamata nelle neve alta , le diede un pezzo di pancetta da tenere in tasca

“Ecco, Ann è proprio questo: mi offre il personaggio nei modi più impensabili. Mi passa una vecchia maglietta e all’improvviso mi accorgo che “ce l’ho” , che “la sento”. Per Rabbit Hole , ha voluto che i miei abiti fossero privi di colore. E poi con Aaron abbiamo passato parecchi tempo nella casa. Senza provare: quello che ci serviva era costruire il contorno della storia, trovare un’intesa. A un giornalista , di recente, ho detto che è importante anche scegliere l’odore che avrai nel film. Ogni personaggio ha un suo odore. Se non colori ogni sua minima sfaccettatura , non sembrerà reale. Devo poter sentire ogni sua emozione , e devo poterla sentire , se necessario, 15-20 volte di seguito, perché le scene vanno ripetute. Devo avere a disposizione quei pulsanti che mi permettano di ricreare , ogni volta, il personaggio”

Compresa la sua musica, immagino

“Certo. In ogni personaggio ho una mia colonna sonora. E ora, vivendo con un musicista , ho accesso rispetto a prima a molta più musica , a molti più riferimenti , a molte più ispirazioni

E immagino che tutto questo sia tanto più importante quando il budget non è stratosferico. Quanto è costato girare Rabbit Hole?

“Tre milioni e mezzo di dollari. Pochissimo. Significa che non c’è il camper con il camerino. Si sta in una casa , e si divide la stanza con gli altri. Ci si fa aiutare dagli stagisti , da ragazzi che vogliono imparare il mestiere”

Avete girato in digitale?

“Esatto. All’inizio non ne volevo sapere “Non possiamo usare la pellicola?”. “Non abbiamo soldi”, mi hanno risposto. Jane Campion e Stanley Kubrick mi hanno insegnato che ogni ostacolo può essere trasformato in un punto di forza. E alla fine, in questi , la camera digitale ci ha aiutato a trovare il film e la crudezza delle sue emozioni. Perché non devi tagliare e ricominciare , puoi tenerla accesa e ripetere la scena senza quel senso di interruzione . Ho imparato molto su questo set. Non è stato facile , e proprio per questo mi è piaciuto. Lavoro da quando avevo 14 anni, era ora che mettessi a frutto la mia esperienza per mettermi alla prova con qualcosa del genere”

Dal punto di vista intellettuale , Rabbit Hole – tratto dall’opera teatrale che ha fatto vincere il Pulitzer a David Lindsay- Abaire – ha tutte le credenziali. Ma nel mondo dello spettacolo , dove ogni cosa ha un’etichetta , questo non è un film d’intrattenimento, perché affronta temi da cui il cinema di solito sta alla larga. Qualcuno lo chiamerebbe poco commerciale. La cosa la disturba?

“L’aspetto commerciale mi ha sempre interessato poco. Certo, voglio che i finanziatori rivedano i loro soldi , perché come produttrice quella è la mia responsabilità. Penso che un pubblico ci sia, lo ha dimostrato il successo clamoroso che questa storia ha avuto a teatro. E so che i soldi , per raggiungere questo pubblico attraverso la promozione , ci vogliono. Quindi sono felice che, anche grazie al sostegno dei critici , al festival di Toronto siamo riusciti a vendere il film ai distributori. Ma penso che le storie di questo tipo vadano fatte con budget sensato, e mi basta sapere che Rabbit Hole ha già ripagato quello che è costato”

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Sarà orgogliosa delle ottime critiche cha ha ricevuto

“Qui a Nashville , a un cinema d’essai, faremo una proiezione con dibattito. I biglietti sono andati esauriti online in un minuto , tanto mi chiamavano per averne, ho dovuto spiegare che io i biglietti non li ho. Però, mentre aspettavo mia figli all’uscita dall’asilo , una donna si è avvicinata , mi ha abbracciata e mi ha detto “Grazie. Grazie per aver fatto questo film. Ho perso un figlio”. Il suo unico figlio. Mi teneva stretta e piangeva “Vedi?”, mi ha detto Keith “ecco perché fai questi film”. E ha ragione. Finché avrò vita mi sforzerò di raccontare storie come questa”

La sua interpretazione è stata candidata a un premio della Screen Actors Guild

“La cosa mi rende felice, perché quella è una nomination conferita dagli attori. Essere candidata dai colleghi è il massimo per me”

E ha avuto anche una nomination al Golden Globe , la sua ottava, con tre vittorie. Ha portato a casa un Oscar per The Hours. Ha recitato in film in cui credeva che hanno fatto fiasco. Ha conosciuto il massimo del successo. Insomma , ha visto tutto. Quanto le fa effetto psicologicamente , oggi, il riconoscimento esterno, o la sua assenza?

“A oggi, i riconoscimenti per Rabbit Hole sono probabilmente i più graditi. L’ho detto anche a Keith , e penso dipenda dal fatto che li condivido con lui. A che cosa servono i premi se non li puoi condividere? E’ molto bello, ovviamente , anche perché non riesco neppure a ricordare l’ultima volta che mi hanno dato una nomination. La mia è stata una lunga carriera , e certe cose fanno sempre più piacere. Per me almeno , è così. Forse perché so che cosa significhi amare un film e vederlo scomparire perché non è stato notato o riconosciuto. Sono cose che fanno male , ma che non mi fanno arrendere. Era così già da bambina. Le avversità non mi hanno mai fermato”

Come dice la frase sulla locandina di Rabbit Hole “L’unica uscita è nel passarci attraverso”

“Mi fa piacere che l’abbia citata. Adoro quella frase. Perché è proprio vero”

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