domenica 6 maggio 2012

INTERVISTA A GIUSEPPE PIGNATONE, EX PROCURATORE DI REGGIO CALABRIA E OGGI A ROMA “ Non ci sono categorie sociali talmente colluse o corrotte e non ci sono categorie sociali assolutamente estranee. In ognuna ci possono essere persone perbene che lottano e contrastano il fenomeno mafioso ma anche quelle che scelgono di conviverci”

Giuseppe Pignatone era procuratore di Reggio Calabria ora di Roma. Ha scritto un libro sulla sua esperienza calabresE.
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Procuratore Pignatone , quanto pesano le collusioni e le talpe all’interno delle istituzioni nel frenare le indagini sulla ‘ndrangheta?
“Il problema non vale solo per la ‘ndrangheta ma anche per Cosa Nostra e la camorra. Di queste infiltrazioni si parlava già nel 1876. La loro presenza nella società , le loro relazioni sono uno dei fattori che rendono forti le mafie , e spiegano come da 150 anni lo Stato non sia riuscito a sconfiggerle. La talpe , le fughe di notizie e in casi ancora più gravi le collusioni di inquirenti o magistrati con le cosche mafiose possono portare al fallimento parziale o totale delle indagini. E chiaro che, come è stato fatto in passato per Provenzano , anche per le inchieste calabresi è stata necessaria un’indagine a tutela delle indagini”
Quanto pesa la politica sul potere delle cosche?
“Le mafie sono tali perché hanno relazioni con la società civile. Non ci sono categorie sociali talmente colluse o corrotte e non ci sono categorie sociali assolutamente estranee. In ognuna ci possono essere persone perbene che lottano e contrastano il fenomeno mafioso ma anche quelle che scelgono di conviverci. Per questo motivo nel libro invitiamo a prendere le distanze , a “non stringere la mano” alle persone che sappiamo comunque essere dall’altra parte. E c’è invece chi, a volte per paura ma spesso anche per un calcolo di utilità , decide di mettersi d’accordo con la mafia . E’ un calcolo di utilità che può riguardare il politico , l’imprenditore , il professionista e il pubblico funzionario”
La politica è quindi inquinata dalle cosche calabresi?
“In Calabria Giuseppe Pelle , nel marzo 2010, progettava di portare suoi uomini nel consiglio provinciale , prima, e in quello regionale poi, perché si lamentava che i politici promettevano ma spesso non mantenevano. E per questo motivo aveva deciso di far eleggere tre suoi referenti fidati. Il progetto della ‘ndrangheta è saltato perché appena un mese dopo , ad aprile, abbiamo fermato Pelle e molti degli uomini a lui più vicini. Quella dei calabresi è una capacità strategica spesso sottovalutata. Nei pizzini di Provenzano e Messina Denaro e poi nelle intercettazioni di Giuseppe Pelle , emerge la stessa insoddisfazione nei confronti di politici che le cosche avevano appoggiato. Questo non significa che non ci siano i rapporti mafia e politica – che anzi abbiamo accertato nei processi – ma significa che si tratta di mondi diversi tra cui il dialogo non sempre è facile”
C’è un episodio che è rimasto impresso nella mente del procuratore di Reggio Calabria?
“Un singolo episodio sarebbe sempre troppo riduttivo. Durante la nostra attività non abbiamo interrogato collaboratori dello spessore di Buscetta , in grado di svelare un intero sistema criminale. Purtroppo uno come lui non c’è ancora fra i collaboratori calabresi. Però ve ne sono di importanti , ritenuti attendibili dai giudici che li hanno esaminati. Anche questa è una svolta : in passato era diventato un ritornello per molti ripetere che non ci potevano essere veri collaboratori in Calabria. Però fra gli episodi che non si possono dimenticare ci sono le bombe e le minacce ai magistrati
In precedenza la ‘ndrangheta non aveva osato tanto
“Moltissimi anni fa la ‘ndrangheta aveva ucciso l’avvocato generale di Catanzaro , ed è opera dei calabresi l’uccisione dei calabresi l’uccisione del procuratore di Torino Bruno Caccia. Ma nell’ultimo periodo a Reggio ci sono stati fatti gravissimi con carattere di novità rispetto al passato”
Nelle cosche calabresi sono arrivati i pentiti, ma la ‘ndrangheta ha dovuto subire pure il colpo del tradimento delle donne che hanno iniziato a collaborare
“Le loro prime collaborazioni sono arrivate nella seconda metà del 2010. Diverse donne hanno deciso di collaborare anche come testimoni , affrontando coraggiosamente contrasti violentissimi sia dentro che fuori le proprie famiglie. Alcune di loro , per la scelta fatta , hanno perduto la vita. Il ruolo delle donne è decisivo all’interno delle famiglia di mafia. Sono loro che determinano il futuro dei figli e la decisione di collaborare è il segnale di una evoluzione che può assumere caratteristiche positive. Questo cambiamento lo abbiamo visto pure in una serie di giovani e studenti , anche figli di famiglie mafiose , che scelgono la legalità, nel desiderio di vivere una vita normale”
Ma quanto è potente la ‘ndrangheta?
“Le indagini fatte con i colleghi di MIlano , Torino e Bologna hanno evidenziato la dimensione nazionale e internazionale della ‘ndrangheta. I sequestri di beni in molte parti d’Italia hanno dato la prova dell’uso della ricchezza illecitamente accumulata , mentre le tonnellate di cocaina sequestrate a Gioia Tauro mostrano la fase iniziale dell’accumulazione . I soldi però restano solo in minima parte in Calabria. Abbiamo trovato capitali investiti in varie parti d’Italia . In questi anni sono stati sequestrati beni per circa 2 miliardi di euro , almeno metà fuori della Calabria : cifre significative anche se non scalfiscono il potere economico accumulato per decenni”
Questi capitali dove vengono investiti?
“L’investimento iniziale è sempre quello del settore dell’edilizia e degli appalti , il business del movimento terra : sono quelli che da un lato richiedono meno qualificazione professionale e dall’altro sono i più legati al territorio. Ma ormai le cosche sono in grado di fare investimenti in settori più qualificati . Come quello della ristorazione di lusso , dal Cafè de Paris a Roma o in altri locali alla moda. Simili investimenti si sono registrati in molte città d’Italia.
Come avete fatto a Reggio Calabria a Ottenere risultati così importanti in pochi anni?
“Ho trovato giovani magistrati  estremamente preparati e con un altro senso dello Stato e delle istituzioni. Li abbiamo valorizzati al massimo , mettendoli al fianco di colleghi più esperti. Abbiamo messo in pratica il metodo , già sperimentato a Palermo , della circolazione delle notizie e dello scambio delle informazioni con gli altri colleghi anche di altre città. E abbiamo utilizzato la collaborazione delle forze di polizia i cui vertici hanno fatto un grosso investimento mandando funzionari e ufficiali di livello eccezionale. Questo h innestato un circuito virtuoso , recepito anche dalla magistratura giudicante reggina”
Che rapporto emerge dalle indagini fra la massoneria e la ‘ndrangheta?
“In passato ci sono state indagini che non hanno portato a risultati giudiziariamente apprezzabili. Nei quattro anni in cui sono stato a Reggio sono emerse posizioni di singole persone arrestate, anche per associazione mafiosa, che sono risultate iscritte a varie logge massoniche. Sono imprenditori e professionisti appartenenti alla borghesia mafiosa, alla cosiddetta area grigia. E’ chiaro che questa appartenenze sono o possono essere fonte di potere , relazioni e contatti”
Cosa nostra e ‘ndrangheta come si distinguono o si differenziano?
“Tutto il libro fatto con Michele Prestipino ( altro magistrato antimafia ndb ) è pervaso da questo continuo contrappunto che rispecchia la nostra storia professionale vissuta in gran parte a Palermo. Oggi la ‘ndrangheta vive in un periodo di grandissima potenza. Ci sono alcuni elementi di evidente diversità rispetto a Cosa nostra che colleghiamo alla storia e alla geografia delle due terre. La ‘ndrangheta ha un componente familiare molto più forte e c’è anche un apparato rituale più accentuato di quanto non sia in quella siciliana. E poi ha un numero di affiliati molto più alto. Però ci sono elementi comuni : entrambe sono un’organizzazione unitaria , con la disponibilità di un apparato militare , pronto a usare la violenza , e con la capacità maturata nei decenni  di avere relazioni con altri settori della società civile. Entrambe hanno poi una struttura di vertice. Mentre della Cupola di Cosa nostra sappiamo moltissimo , grazie anche a Buscetta , della ‘ndrangheta molto deve ancora essere scoperto”
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Lei ha coordinato l’arresto di Provenzano , ma oggi si parla del presunto patto che avrebbe dovuto garantirne l’impunità. C’è stata una trattativa tra Stato e mafia che, dopo la strage di Capaci, avrebbe visto in accordo pezzi delle istituzioni da un lato e Provenzano dall’altro per arrivare all’arresto di Riina nel ‘93 , consentendo a Provenzano di perseguire la strategia della sommersione?
“Per molto tempo, prima e dopo la cattura di Provenzano , si è sostenuta l’esistenza di questo patto in sedi processuali e non processuali. Noi non  sappiamo se c’è stato , lo vedremo dall’esito dei processi in corso . Ma è certo che la politica di Stato, in particolare il gruppo allora guidato da Renato Cortese, poi dirigente della squadra mobile a Reggio Calabria , e la procura di Palermo , in particolare i colleghi Michele Prestipino e Marzia Sabella, da me coordinati come procuratore aggiunto , hanno arrestato Provenzano l’11 aprile 2006. Per cui , se questo patto esisteva, è stato serenamente violato da chi ha condotto le indagini che hanno portato alla cattura del boss”
Dopo essersi insediato a Reggio avete detto che quella città era nel cono d’ombra dell’informazione. Oggi è cambiato?
“Nel cono d’ombra ci sono stati degli squarci. In parte gli attentati ai magistrati, che hanno determinato una grande solidarietà, a cominciare da quella del presidente della Repubblica. E poi per i grandi successi delle indagini che hanno portato a smascherare le cosche calabresi anche al Nord, nella zona più ricca del Paese. Che il cono d’ombra si sia completamente dissolto non mi sentirei di dirlo”
Oggi siede sulla poltrona  di procuratore capo a Roma, la sede più prestigiosa d’Italia
“E’ un ufficio importante e complesso che ha raggiunto tanti risultati nel corso degli ultimi , grazia ai colleghi di grande valore. Spero di portare il mio contributo delle mia esperienza e di una professionalità , se vogliamo , diversa, visto che non ho mai lavorato a Roma, nel segno dell’indipendenza dell’Ufficio , della trasparenza e dell'impegno per migliorare sempre più il servizio giustizia che dobbiamo rendere ai cittadini, specie quelle più deboli”

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