martedì 11 dicembre 2018

INTERVISTA AL REGISTA FEDE ALVAREZ "Non sono io che racconto personaggi femminili forti: il problema è che gli altri registi, raccontano personaggi femminili fragili. Sarebbe ora di cambiare le cose"


Fede Alvarez 40enne è un regista uruguaiano  Horror , famoso per il remake de La casa e del film Man in the Dark. Ha girato Quello che non uccide adattamento del bestseller di David Lagercrantz, nonché quarto romanzo della saga Millenium. Dopo sette anni dall’ultima apparizione sul grande schermo c’è stato un cambio attrice , da Noomi Rapace a Claire Foy.

Perché?

“Ci sono state molte discussioni rispetto all’ipotesi di far tornare o meno Rooney Mara. Alla fine ho detto che avrei preferito avere il mio cast. In quanto regista , non mi piaceva l’idea di utilizzare attori scelti da un altro. Per quanto ammiri Fincher (regista del primo  Millenium ndb), credo che Mara sia la sua LIsbeth. Io volevo trovare la mia”

Quanto c’è voluto?

“E’ stato difficile. Ho preferito mantenere un approccio diverso rispetto alle pellicole precedenti. Spesso, quando si ha a che fare con un’eroina dark come questa, si cercano attrici che le somiglino, che abbiano un’aria ribelle, che siano un po’ strane. Io ragiono in modo opposto”

In che senso?

“Sono convinto che il cinema sia molto più potente di qualsiasi scelta di questo tipo. In quanto a priorità, per me il talento viene prima del look. Quando ho conosciuto Claire, ho capito perché è una delle attrici più richieste del momento”

Le preoccupano i paragoni con i registi precedenti?

“Mi terrorizzano, ma il modo migliore per superare l’ansia è lavorare duramente. E’ vero gli spettatori dovranno abituarsi al nuovo cast e faranno confronti, ma ci sono dei vantaggi: conoscono già i personaggi e sono consapevoli del tipo di storia che raccontiamo. Non mi lamento”

Era fan della saga?

“Certo. Quando si sceglie un progetto bisogna esserne convinti fino in fondo, perché fare cinema è impegnativo: richiede almeno due anni di lavoro, tra scrittura, riprese e post-produzione. Il film, insomma, diventa la tua vita”

E’ lo stesso motivo per cui, anni fa, rifiutò di dirigere una storia di supereroi per la Marvel?

“Molti di quei blockbuster sono ben fatti e la gente va a vederli con piacere. Alla Marvel , però, avevano già pensato allo stile, al modo in cui avrei dovuto girarlo, ai colori e al senso dell’umorismo. Io ho bisogno di più libertà”

L’ha avuta, in questo set?

“Sì, assolutamente. Avevo già collaborato due volte con Sony Pictures, perciò mi consideravano parte della mia famiglia. Mi hanno permesso di realizzare il film che volevo, il film che è raro per un progetto così importante”

Di solito c’è più controllo?

“Si preferisce ripetere formule che funzionano e ciò significa che i registi sono limitati, faticano a lscaire la propria impronta. Non dico che sia impossibile farsi sentire, ma si ha a che fare con voci molto forti, quando si tratta di prendere decisioni importanti. Quello che non uccide ha toni che lo avvicinano al tipo di cinema che piace a me, perciò è stato più semplice far comprendere il mio punto di vista. Il mondo raccontato in Millenium, poi, possiede una qualità noir che mi intriga e che mi fa pensare alla mia infanzia”

Si spieghi meglio?

“Sono nato a Montevideo, ma quando avevo due anni con la mia famiglia ci siamo trasferiti in Belgio, dove abbiamo vissuto per sei anni, prima di tornare in Uruguay. I paesaggi grigi e innevati del film, che ho girato tra Berlino e Stoccolma, mi ricordano quel periodo. Mia madre, inoltre, ha origini svedesi. Lisbeth ha tratti caratteriali tipicamente nordici , lontani dagli stereotipi hollywoodiani”

A quali si riferisce?

“Ci sono caratteristiche che il pubblico si aspetta sempre, nel cinema americano, dove i protagonisti sono beneducati, sanno esprimere le loro opinioni e hanno stile. Lisbeth è diversa e questo mi ha permesso di renderla più umana e realistica: non parla in modo accattivante, non scherza e non fa battute. A Hollywood non vediamo spesso personaggi così, che non vogliono piacere a tutti i costi e sono tutt’altro che simpatici. Ecco perché, per me, rappresenta una boccata d’aria fresca”

Lisbeth vendica le donne vittime di abusi in un mondo maschilista. Ciò rende l’uscita del film particolarmente tempestiva, nell’era del Movimento #MeToo?

“Non saprei, lo scandalo Weinstein è esploso quando stavamo per iniziare le riprese. Preferisco non pensare ai collegamenti: l’ultima cosa che vorrei fare è realizzare una storia legata all’attualità. Sarebbe terribile, come cercare di sfruttare una problematica sociale. Lisbeth è un’icona femminista molto forte, è stata e sarà sempre rilevante a prescindere dal momento. Posso aggiungere un’altra cosa?”

Prego

“Si parla spesso di personaggi femminili forti, ma a questa definizione non piace. Nel mio cinema ci sono donne che attraversano l’inferno e riescono a superare prove durissime, uscendone vivo. Non sono io che racconto personaggi femminili forti: il problema è che gli altri registi, raccontano personaggi femminili fragili. Sarebbe ora di cambiare le cose”

martedì 13 novembre 2018

INTERVISTA A JEFF GOLDBLUM "Col passare del tempo , però, mi sono reso conto di essere un po' troppo eccentrico. Non volevo essere solo Mister Strambo, per cui ho cercato di autocorreggermi"

In quarant'anni di carriera Jeff Goldblum si è costruito una calda reputazione di eccentrico. IN senso buono. Nei tour nelle case dei divi di Hollywood scende e si fa fare i selfie con i turisti oopure a Sidney ha aperto un camioncino di sandwich chiamato Chef Goldblum's.
Dopo due matrimoni finiti in divorzio ( Con Patricia Gaul e Geena Davis)si è risposato la terza volta con Emilie Livingston, un ex-atleta olipmpica di ginnastica ritmica, 30 anni più giovane di lui. Ed è diventato padre di due bambini : Ocean di 2 anni e mezzo e River Joe , un anno.
L'attore è un eccentrico anche nelle parole , ne use tantissime. Se in un concetto servono 5 parole lui ne usa 20 in più. Il suo ultimo film "Isola dei cani" che ha aperto il Festival di Berlino a febbraio di quest'anno è "Un dessert da mangiare a cucchiaiate". Lui dà voce a uno dei protagonisti a quattro zampe. Il film è scritto e diretto da Wes Anderson e racconta di una favola politico-animal-ambientalista incentrata sulla messaal bando di tutti i cani da un'immaginaria metropoli giapponese.

Su Wenderson inanella una serie di aggettivi 

"E' autentico, gentile, geniale, generoso, una persona per bene, assolutamente adorabile. Ed è un gran studioso di cinema, ogni volta che lavoro con lui imparo tantissimo: film che non avevo mai visto, libri da leggere"

Come sta vivendo la paternità?

"Adoro i miei figli, li trovo spettacolari. La loro nascita ha reso migliore la relazione tra mia moglie e me , vivere questa esperienza insieme rafforza il nostro legame. Cero , due bambini piccoli richiedono un notevole dispendio di energie"

Lei comunque è in ottima forma

"Per fortuna, sto bene. E avere una famiglia mi piace. Sono sempre stato un tipo disciplinato, coscienzioso, motivo per cui apprezzo lo stile di vita che i miei figli m'impongono. Ogni sera ho una buona ragione per andare a letto perché anche se non sono su un set, ogni giorno è un giorno di lavoro. Vado a dormire al più tardi alle 22 e la mattina mi sveglio alle 5. Per prima cosa mi dedico ai miei esercizi : suono il piano e canto per tre quarti d'ora, mi alleno un po' in palestra. Verso le 6 e mezza li sveglio, mi do una sistemata e li accompagno all'asilo"

L'isola dei cani è un film che può piacere anche ai bambini. Ha già deciso quando guardarlo con loro

"Un giorno lo faremo ma, per ora, i miei figli non hanno ancora visto un film, non hanno accesso alla tv, non possono giocare con iPad, telefonini, niente che sia dotato di uno schermo. Mia moglie e io pensiamo che sia giusto così. Non molto tempo fa mi domandavo quale dovrebbe essere il primo film della loro vita. Ne ho discusso con Tilda Swinton che è una mamma meravigliosa e che parla spesso dei suoi figli , due gemelli, che adesso hanno vent'anni. Mi ha detto: "Ai miei, quando erano piccoli , ho fatto vedere Buster Keaton". Giusto ,perché se cominciamo con i film nuovi poi non vogliono tornare con quelli vecchi"

Altre regole che si è dato come genitore?

"Oddio, in questo campo sono uno studente agli inizi. Vediamo ,si parla spesso di quality time e sono d'accordo, ma anche la quantità del tempo che trascorri insieme conta. E devi premurarti che siano al sicuro, per questo abbiamo risistemato casa per evitare che possano farsi del male. Dall'altra parte , però, i bambini vanno lasciati liberi di fare quello che vogliono. Non metterti in cattedra. Scoprire da soli come si fanno le coseli aiuta a sviluppare la sicurezza in se stessi. Che altro? Scherzo con loro tutto il tempo. Li faccio ridere e intanto tengo in esercizio il mio senso dell'ironia"

Parliamo di lavoro : che cosa prova quando guarda indietro alla sua carriera?

"I miei genitori non avevano nulla a che fare con il mlndo dello spettacolo ma ogni estate mi iscrivevano a campus estivi di arte, teatro, ballo. Ho cominciato a sognare di fare l'attore fin da bambino ma non avrei mai avuto il coraggio di dirlo a nessuno. E quando ho cominciato a studiare recitazione a New York non ero meno sbalordito alla prospettiva di potermi guadagnare la vita con un mestiere così improbabaile. Eppure, miracolosamente, è successo. Faccio l'attore da molti anni ma, in un certo senso, mi sento di essere sbocciato tardi e sono convinto che il meglio, per me, stia per arrivare"

Per parecchio tempo l'hanno considerata l'attore da ruoli stravaganti. Ha fatto fatica a scrollarsi l'etichetta di dosso?

"Il mio insegnate di recitazione diceva "Non imitare nessun altro. Trova la tua voce". Ed è quello che ho cercato di fare. Col passare del tempo , però, mi sono reso conto di essere un po' troppo eccentrico. Non volevo essere solo Mister Strambo, per cui ho cercato di autocorreggermi per andare incontro alle richieste di mercato"

Strambo o no, basta dare un'occhiata su Internet per capire che lei è una delle poche star del cinema di cui la gente parla solo con affetto

" Non sono mai stato molto presente sui social media ma , da qualche tempo sono su Instagram. Posto qualche immagine , cerco di scrivere cose divertenti e vado a controllare cosa pubblicano le persono sul mio conto: trovo foto che mi hanno scattato in giro , selfie e persino qualcuno che si è fatto tatuare la mia faccia. Ho scoperto che esistono tazze e tende da doccia con ilmio ritratto. Ogni volta che trovo qualcosa di nuovo, vado da mia moglie: "Ehi guarda qui". Ma lei non sembra mai particolarmente impressionata.Il massimo che ottengo è un "Ah, bene"

lunedì 17 settembre 2018

INTERVISTA AD ALESSANDRO BORGHI “Non mi piace un lavoro dove il massimo della capacità che ti è richiesta è di essere bello, non è una cosa su cui c’è molto da lavorare”


Alessandro Borghi , nato a Roma , tra Magliana e Garbatella, è un attore. Famoso per il ruolo Non essere cattivo e il criminale Numero 8 in Suburra.

Come è finito nel film Non essere cattivo: storia intensissima, violenza, tossica, di amicizie vere e pericolose, di amori che salvano e atri che rovinano?

“Mi hanno chiamato a fare un provino con Valerio Mastrandrea (produttore del film ndb). Ho pensato: se le battute le alza Mastrandrea , sbagliare è praticamente impossibile. Poi ho conosciuto Luca Marinelli, che nel film interpreta Cesare, e tra noi è scattata un’alchimia davvero speciale, funzionavamo, in un certo senso Cesare e Vittorio erano già nascosti dentro di noi. Ho capito che la parte era mia quando Caligari ( il regista purtroppo scomparso prematuramente ndb)ha detto a Mastrandrea “Fallo dimagrire”

Vittorio è un bellissimo personaggio, un uomo che cammina in bilico tra il bene e il male, costantemente attratto tra due e tutte le cose

“Si, è un personaggio che è stato meraviglioso interpretare. Gli sono grato e gli voglio bene perché mi ha permesso di raccontare tutte e due gli aspetti dell’animo umano. Durante le riprese io e Luca Marinelli abitavamo insieme, e questo ha fatto sì che Vittorio e Cesare fossero così uniti. Ci portavamo a casa un po’ di loro e portavamo sul set un po’ della nostra amicizia. Io e Luca in realtà non ci siamo mai drogati. Ma a parte questo, Vittorio è entrato dentro di me fino a dimenticare di essere Alessandro. Quando abbiamo battuto l’ultimo ciak, sapendo che Luca sarebbe ripartito per Berlino, dove vive, e che avremmo dovuto togliere quei vestiti anni Novanta, mi sono chiesto: e adesso cosa faccio?”

E cosa ha fatto?

“Niente, ho tenuto caro il grandissimo messaggio di speranza che secondo me il film regala. Ma è un’interpretazione soggettiva, perché non sappiamo di che sarà di Vittorio. Pasolini diceva che il lavoro nobilita, questo film si interroga. E’ davvero così? C’è chi preferisce vivere senza regole, seguendo gli istinti, piuttosto che omologarsi a un modello in cui però non riesce a trovare un posto, una felicità”

Quindi c’è voluto tempo per uscire dai quei panni?

“Molto. Ho capito che cosa intendono gli attori americani quando dicono che i personaggi rimangono addosso. In fondo recitare è giocare con l’anima, può anche essere un gioco pericoloso”

Lei quando ha cominciato questo gioco?

“A 16 anni ho cominciato a fare il modello, ma devo essere onesto: non faceva per me. Non mi piace un lavoro dove il massimo della capacità che ti è richiesta è di essere bello, non è una cosa su cui c’è molto da lavorare, diciamo. Poi ho cominciato a fare lo stuntman, perché un amico era nel giro e i soldi mi facevano comodo. Poi un giorno, avevo 18 anni, un tizio mi ferma mentre esco dalla palestra e mi dice: vieni a far un provino, per Distretto di Polizia abbiamo bisogno di una faccia come la tua. Io gli ho dato il numero ma non sono andato all’appuntamento. Il giorno stabilito mi chiama la produzione: ti stiamo aspettando, vieni. E così è cominciata, una cosa ha tirato l’altra e io mi sono addormentato e mi sono risvegliato a Venezia”

Quindi lei è la dimostrazione che la recitazione non è una chiamata

“Non è una chiamata, ma non si può imparare. E’ richiesta una condizione di base che o ce l’hai o non puoi inventarla: erano disposti a entrare in relazione con i propri sentimenti. Come chi fa il chirurgo non deve aver paura del sangue, chi fa l’attore non può temere le dinamiche della vita. Recitare l’empatia è la morte della recitazione”

Questo successo abbastanza improvviso la spaventa?

“No, io ci ho sempre creduto. E sono andato avanti con determinazione, anche quando le partiche facevo erano troppo veloci e troppo superficiali per poter davvero tirare fuori le mie capacità. Il problema della televisione è questo: che si fanno storie ancora pieno di cliché, io penso che ci vorrebbe più di coraggio. Credo che il pubblico televisivo, di fronte a serie più coraggiose e originali, non scenderebbe in piazza con i forconi, perché la gente si abitua a quello che tu dai. Però adesso sento che qualcosa sta cambiando: vedo talenti nuovi, giovani, anche la scrittura che è un po’ il nostro problema”

Fuori dalle parti che tipo è?

“Normale: ho una mamma cuoca, un papà impiegato, un fratello che è la copia di me ma più piccolo, una fidanzata che fa la ballerina e con la quale non abito perché ha troppi costumi di scena: se entrano loro, esco io. Ma ci stiamo attrezzando, la porterò a stare nella mia casa alla Garbatella, era di mio nonno e io ci sono legatissimo. In quale altro posto le signore si mettono in strada con sedie e tavolino a giocare a tresette?”

Da Venezia postò su Facebook: i sogni si avverano?

“Insomma Johnny Depp ha fatto il red carpet, lo stesso red carpet, dopo di me. Se possiamo fare questa cosa insieme vuol dire che ne possiamo fare anche altre no?Io ci credo che i sogni si avverano, se lo vuoi”

martedì 28 agosto 2018

INTERVISTA AL CRITICO ALESSANDRO PORTELLI “Che m’importa che (Bob) Dylan non ci abbia creduto? Ci ho creduti io”.


Nel 1964 Alessandro Portelli , collaboratore di un programma di Radio Uno , manda in onda A Hard Rain’s Gonna Fall. Per la prima volta una canzone di Bob Dylan alla radio italiana. Alessandro Portwlli scrive il libro Pioggia e veleno. Hard Rain inserita nell’album The Freewheelin’ Bob Dylan “La più grande canzone di protesta “un’epopea di sette minuti che annuncia un’apocalisse a venire” come la definì Rolling Stone. Attraverso la canzone di Dylan , Portelli racconta gli anni della scoperta della canzone folk americana.
Un critico americano ha scritto che tutti ricordano dov’erano quando hanno ammazzato Kennedy. E che magari molti ricordano la prima volta che hanno ascoltato Dylan. Lei se lo ricorda?
“Perfettamente. Al liceo trascorsi un anno di studio negli Stati Uniti. Tornato in Italia , era il Natale del 1963, i miei amici americani mandarono un regalo. In the Wind, del trio Peter Paul and Mary. L’ultima canzone dell’album si intitolava Blowin’ in the Wind. Rimasi folgorato. Cercai di capire che fosse l’autore, ma sull’etichetta c’era solo indicazione: “Dylan”. L’anno successivo un mio amico tornò dagli Usa con un disco di Joan Baez e anche qui c’era una canzone meravigliosa. With God on Our side. L’autore era sempre lo stesso: il misterioso Dylan. Così quando il capoufficio al Cnr dove allora lavoravo, andò negli Stati Uniti, gli chiesi di portarmi qualsiasi cosa trovasse di questo Dylan. Tornò con Times They are a Changing. Lo misi sul giradischi, a casa. Fu un’esperienza incredibile. Era una voce che ti portava in una dimensione della realtà completamente nuova. Mio padre fece irruzione in camera mia e chiese di levare quella “vociaccia”. Da quel momento, non sono più riuscito ad ascoltare le “belle voci”, in senso classico”
Cosa aveva ascoltato fino a quel momento?
“Harry Belafonte, Perry Como, Elvis Presley, Il Kingston Trio. Nella mia testa di liceale di Terni, cresciuto in una famiglia tutto sommata moderata, rappresentavano l’immaginario dell’altrove, che fu poi la ragione per cui presi quella borsa di studio e andai negli Stati Uniti. Ma tra fine Cinquanta e inizi Sessanta arrivava in Italia pochissima musica popolare americana. Non si sapeva praticamente nulla”
Bob Dylan ha attraversato molte fasi nella sua vita di artista. Da quella prima volta nel 1963, è cambiato il suo ascolto di Dylan?
“E’ inevitabile. Dylan è sulla scena da almeno 56 anni. Sono due generazioni. Per un ragazzo, ascoltare Dylan negli anni 90 era un’esperienza molto diversa dalla mia del 1964. Il mio era un Dylan politico, legato alla protesta e al folk festival. Già dalla metà degli Anni Sessanta, con il concerto a Newport la rivoluzione rock, la sua musica cambia. E’ allora che le nostre strade si separano”
In che senso?
“Nel senso che mentre Dylan si allontanava dalla politica, io mi ci buttavo completamente. Ovviamente, ho continuato ad ascoltarlo”
Deluso?
“No perché? Ci fu un articolo su Linus, in cui si diceva che Dylan ci aveva preso in giro, che non credeva davvero a quello che scriveva. Scrissi all’autore dell’articolo, gli dissi “Che m’importa che Dylan non ci abbia creduto? Ci ho creduti io”. A parte che non penso che uno possa avere scritto The Lonesome Death of Hattie Carroll senza averci creduto”
L’imprendibilità è uno dei tratti più distintivi della personalità di Dylan?
“Una delle forme di resistenza di Dylan è resistere a ogni forma di interpretazione. Anche il modo in cui si trasforma l’interpretazione delle sue canzoni più famose, a ogni concerto, è una forma di resistenza all’interpretazione. Sul muro del Bob Dylan Cafè di Shillong, India c’è la sua famosa frase “Non posso essere altro che me stesso. Chiunque io sia”
Questa ambiguità riguarda anche la canzone oggetto del suo libro, A Hard Rain’s a Gonna Fall
“Dylan disse di averla scritta durante la crisi dei missili di Cuba (non era vero, l’aveva scritta qualche mese prima) ma ha spesso negato che la “pioggia dura” avesse a che fare con la bomba atomica. E’ comunque vero che nella canzone il dato storico si trasforma in archetipo e quindi A Hard Rain si rinnova a ogni ascolto. Nel testo Dylan parla di “spade taglienti in mano ai bambini”; a me oggi vengono in mente i bambini soldato della Sierra Leone. La canzone dice che “la faccia del boia è sempre ben nascosta” e oggi pensiamo ai poliziotti in assetto antisommossa. Il ragazzo protagonista di Hard Rain ha poi gli occhi azzurri. Non è soltanto un riferimento all’innocenza, è anche un dato etnico. Il ragazzo è scioccato perché il futuro che gli è stato promesso non ci sarà. Ma, come diceva Toni Morrison, i neri non hanno gli occhi azzurri. A me oggi vengono in mente i profughi alla frontiera; nemmeno loro hanno gli occhi azzurri. La promessa di futuro non è per tutti”
Hard Rain è appunto la storia di un ragazzo che vaga per un mondo devastato. Vede tristi foreste e oceani morti e sangue che sgocciola dai rami. Perché Hard Rain è così importante nella produzione di Dylan?
“Perché illustra il suo essere all’incrocio tra passato e futuro, tra il folk e rock, tra una storia profonda di memoria popolare – la ballata appunto – e un futuro tutto da immaginare. Dylan è il punto di incontro tra musica popolare e letteratura, oralità e scrittura, performance e testo. Gli hanno dato il Nobel perché avrebbe rinnovato la grande tradizione della canzone popolare americana. In realtà, Dylan fa molto di più. Salda memoria storica collettiva e un immaginario modernistico profondamente personale”
Cos’è il modernismo di Dylan?
“Dylan è modernista nel senso in cui lo sono Pound,Eliot, Yeats,Conrad. Vede la storia come catastrofe, come terra desolata di decadenza e sconfitta. E’ una visione disperate che esprime una critica radicale al presente – ed è per questo che gli autori modernisti, spesso politicamente reazionari, piacciono a sinistra”
Un’ultima domanda, Nel libro lei scrive che la canzone di Dylan che ama di più è When the Ships Comes in. Perché?
Per ragioni affettive. L’ascoltai in quel disco che mi portarono dall’America. E poi perchéè il contrario di Hard Rain: è piena di immagini di luce, di natura che si spalanca, e c’è il riferimento a Davide che sconfigge Golia, che a uno come me, che si preparava a essere travolto dal Sessantotto, faceva un certo effetto. Oggi, quando Dylan la canta, dice che i Golia si sono moltiplicati e fanno cose più crudeli ma che Davide alla fine vincerà. Io ho qualche dubbio in più, ma stiamo a vedere”
 

lunedì 20 agosto 2018

INTERVISTA A VIOLA DAVIS " La maggior parte delle donne che subiscono abusi- fisici, emotivi, psicologici – ha un’istruzione superiore. Non tutte siamo nate sicure e capaci di prendere sempre le decisioni migliori"


Viola Davis , una lunga gavetta come attrice alle spalle , con una prima nomination nel 2009 per Il Dubbio. Nel 2012 ricevette la seconda per il suo indimenticabile ruolo per The Help, la domestica Abileen Clark. Nel 2015 portandosi a casa Emmy Award per migliore attrice disse sul palco “La sola cosa che separa le donne di colore da tutte le altre è l’opportunità. Non puoi vincere un Emmy per ruoli che semplicemente non esistono”. Viola Davis è Annalise Keating per “Le regole del delitto perfetto” Serie Tv in onda su Sky.

 

Che cosa le piace e che cosa, invece, non sopporta di Annalise?

“Di lei mi piace tutto: mi piace la sua forza, e anche il fatto che sia meravigliosamente complicata e senza filtri. Io, Viola, se fossi lei andrei all’analista e cercherei di fare un po’ d’ordine nel casino che ha dentro. Ma mi piace anche che lei non lo faccia. Io, più invecchio, più mi conosco. E mi do sempre più il permesso di essere chi sono. Annalise invece è sempre stata chi è, anche se questo danneggia le cose e le persone che la circondano.

Però è anche una donna che indossa le maschere. Pensa che sia un atteggiamento tipicamente femminile?

“Assolutamente. E’ nella nostra storia che risale al corsetto: un indumento usato per confinarci e per farci apparire in un certo modo. Le donne sono sempre state confinate, si è cercato di nascondere chi siamo e di renderci più accettabili nei confronti della società e dei maschi, perché facciamo paura. Ed è ancora così, soprattutto in Tv. Anche se ci sono donne che cercano di avere un’immagine forte, sono tutti comunque molto sessualizzate, belle, perfette. A me, di queste donne, interessa l’attimo in cui sono sole in camera loro e si tolgono il trucco, quel momento forse l’unico, in cui sono vere. Perché nel resto del tempo lo sappiamo tutti che vediamo è una bugia”

Prendendo ancora spunto da Annalise per parlare d’altro: la vediamo alle prese con un marito abbastanza orribile di cui però, ammette lei stessa, ha molto bisogno. E’ un compromesso insito nel matrimonio?

“No, è una debolezza. Conosco moltissime donne meravigliose e istruite – e io sono stata una di quelle – che continuano a stare con uomini che non vanno bene per loro. La maggior parte delle mie amiche sono in questa situazione”

Perché secondo lei?

“Perché dipendiamo da questi uomini, perché pensano di non poterci meritare di più. La maggior parte delle donne che subiscono abusi- fisici, emotivi, psicologici – ha un’istruzione superiore. Non tutte siamo nate sicure e capaci di prendere sempre le decisioni migliori”

Ha raccontato di essere cresciuta in una famiglia con molte difficoltà, soprattutto economiche. Che cosa le è rimasto di quella bambina, ora che la situazione è completamente diversa?

“Moltissime cose, e prima fra tutte la capacità di accettare. I giorni difficili e la gioia, il dolore, tutto: Perché è la mia vita. Il dolore che ho provato mi ha insegnato tante cose: a essere una persona forte, a riconoscere l’amore anche quando sembra non esserci, e che la felicità è una scelta. Il mio passato mi ha fatto anche diventare attiva nell’iniziativa Hunger Is. Diciassette milioni di bambini americani soffrono ancora la fame. E molti altri mangiano male, anche se vivono in famiglie in cui i genitori hanno uno stipendio, ma dopo aver pagato l’affitto e le bollette, rimane poco per il cibo. Raccontiamo che l’America è il più grande paese del Mondo, e allora questa situazione deve cambiare. Io sono stata uno di quei bambini affamati: andavo a scuola alle 8 del mattino senza aver fatto la colazione e tra mezzogiorno e l’una non riuscivo a stare sveglia perché avevo fame. L’unico cibo che mangiavo era quello che mi davano alla mensa scolastica. E quando la scuola finiva dovevo andare in parrocchia, dove offrivano piccoli pasti a chi ne aveva bisogno. Pensavo al cibo ininterrottamente, ero ossessionata. Partecipare a quest’iniziativa è il mio modo di restituire qualcosa alla bambina che sono stata”

C’è voluto tempo per accettare il suo passato?

“Certo, come per ogni cosa che mi riguarda. Ci è voluto e ci vuole ancora tempo per accettare il mio corpo”

Lei è molto attiva contro le discriminazioni di Hollywood nei confronti delle attrici afroamericane. Qualcosa sta cambiando?

“Penso che le cose siano migliorate molto ultimamente, soprattutto in Tv. E’ arrivato anche per noi nere il momento di brillare e far vedere chi siamo. Mi sembra che Hollywood sia pronta per questo cambiamento, e se non lo è dobbiamo andare avanti comunque. Bisogna cominciare a chiedere e pretendere. Sta a noi”

Ha fatto molta gavetta prima di arrivare al successo. Come vede ora quella lunga strada?

“La fatica dà al tutto un sapore più dolce. Il 90 per cento dei miei colleghi non ha lavoro. Ci sono 500 mila attori iscritti al mio sindacato, meno di 700 guadagnano più di 50 mila dollari l’anno. Io mi considero benedetta”

Che rapporto ha con il fatto di essere diventata famosa?

“Non mi preoccupo più di tanto, anche se sono piuttosto timida e, al contrario di mio marito (l’attore e produttore Julius Tennon ndb), non proprio un animale da società. Non mi piace essere fotografata, è stato difficile per me accettare che è una parte del mio lavoro. Quando vorrei scappare in camera mia a leggere un libro devo sforzarmi di ricordare che sono fortunata per tutto questo”

Lei ha una figlia di quattro anni, Genesis, che tipo di madre è?

“Non ho idea, spero di essere una mamma creativa. Sicuramente cerco di aiutarla a essere chi vuole essere, di farla volare. E non la giudico mai, anche se è una bambina molto eccentrica”

E Genesis cosa pensa di questa mamma famosa?
“Dice che vuole fare l’attrice. Dice “voglio essere cattiva, e poi triste, e poi cattiva e triste insieme”. Le piace questo del recitare, ha già capito tutto”
 

martedì 31 luglio 2018

INTERVISTA A MYRIAM CATANIA "Non riesco mai a mangiare per bene come si dovrebbe. Mi è sempre difficile rinunciare a una libertà"


Myriam Catania Attrice ed ex moglie di Luca Argentero. Così disse una volta l’attore “Mia moglie è così. Seduttiva molto fisica. Flirta, bacia, salta addosso i suoi amici. Non puoi fa stare il Gange in un bicchiere”.

“Non riesco mai a mangiare per bene come si dovrebbe. Mi è sempre difficile rinunciare a una libertà”


Disinibite si nasce

“La sensualità è la mia arma preferita e i geni qualcosa devono pur entrarci, perché io fin da piccola gioco con il copro e lo sguardo. Crescendo mi sono ispirata a mia madre Rossella (Izzo, regista e doppiatrice ndb) e alle mie zie, specie alla sua gemella Simona. A lei somiglio tanto, solo in versione maschiaccio”

Nella commedia romantica che lei interpretò per la Tv , interpreta Cristiana , che cerca di rianimare un escamotage sexy una relazione che non va più

“Mi travesto una sera da infermiera, l’altra da ballerina hard. Mi fingo messicana in fuga, spingendo il collega (Alessandro Roja ndb) a fare il poliziotto che m’insegue. Peccato che la sfera sessuale non risponda alle logiche dell’organizzazione: lui non ne potrà più, e io soffrirò molto”

Le fa paura la noia in amore?

“Tutt’altro. Penso che più invecchieremo, più potremo guardarci indietro e sorridere. Dirci “Che bello quello che abbiamo fatto finora”. Il calore, quando si avvicina il freddo e si torna ad essere un po’ bambini, lo darà la famiglia che ognuno di noi sarà stato capace di crearsi. I figli che si sono voluti e avuti. Se ci sarà andata bene”

Andrà così

“La vita è ingestibile. CI si prova”

Lei è figlia di un ginecologo che si è occupato di procreazione assistita per una vita

“Da ipocondriaca, ho fatto proprio con lui tutte le analisi possibili: sembro a posto, sana. Per questo vorrei venisse da sé”

Spesso le cause dell’infertilità restano sconosciute , psicologiche : lo stress , un trauma. Ha mai pensato potesse c’entrare quell’incidente da cui si salvò per miracolo?

Mai. A volte , a dire il vero, ho perdite di memoria e gli stessi dottori dicono : l’unico organo che non conosciamo è il cervello, non sappiamo come reagisce”

Che cosa ricorda allora?

“Quasi nulla: ero in motorino, qualcuno aveva tolto il cartello dello stop e io a un incrocio ho tirato dritto. Nero totale. Dicono che dopo il botto mi sia rialzata dall’asfalto: “Mio padre è medico, non ci salgo sull’ambulanza”. Fratture importanti, di tutte le ossa del viso: ho sette viti di titanio che mi percorrono da parte a parte. Mi hanno riaperta e chiusa. Passai mesi a letto. A volta ancora non riconosco persone che ho salutato il giorno prima”

Dopo quell’incidente ha pensato di vivere diversamente?

“Quando la terapista mi chiese un nome per l’alter ego che avrei voluto, la chiamai Mia: era una creatura selvaggia. Io sogno un posto creato con la mia famiglia al mare, com’era la casa di mio nonno in Sicilia. Con i figli da crescere nella natura, senza orari esasperanti”

Ma lei ci crede davvero ai giochini di ruolo sexy?

“Con Luca ( ndb Ex marito) ci ha legato fin dal primo incontro una chimica sessuale molto forte: alla prova costumi della fiction in cui ci siamo conosciuti, Carabinieri, mi è subito entrato dentro, guardandomi dallo specchio mentre mi stavo truccando. Quindi non ho quel tipo di bisogno. C’è poco da inventare e la sintonia vien da sé, quando le proprie fantasie si incastrano con quelle dell’altro”

Ne ha?

“Più di “Carne” che di plastica. Mi bastano i sensi: gli odori, la pelle, il tatto, guardarsi. Per quanto mi riguarda la capacità di non lasciarsi andare alla quotidianità, di restare desiderabili, è faccenda più animale che progettuale”

La distanza aiuta o uccide l’intesa?

“Se una crisi viviamo ancora, noi due, è davvero quella di dover fare troppe cose altrove. Però, ogni volta che lui torna trova un pezzo nella nostra casa che prima non c’era, gli creo un angolo diverso. E magari mi sorprende in cucina con un curry indiano”

Si è mai sentita raccomandata, invece? E’ il rischio di d’essere figli d’arte

“Le domeniche con i copioni sul tavolo a parlare di film da montare con zio Antonello Venditti che suona il piano sono state un regalo, ma a 4 anni, nel doppiaggio di Attrazione fatale, io neanche sapevo leggere: l’ho fatto inconsapevolmente. Oggi Jessica Alba e Keira Knightley in un film le doppio in un giorno: so quello che pensano”

Quando è arrivata, in lei, la felicità che tutti i personaggi ricercano nella serie?

“Quando mia madre è uscita dalla sala parto tenendo addosso mia sorella: avevo 11 anni. A mio papà è venuto un ictus improvviso, qualche tempo fa: Corsi in ospedale con il terrore dentro, e invece…ecco , rivedere gli occhi di mio padre”

mercoledì 20 giugno 2018

INTERVISTA A BENOIT POELVOORDE " Quando un uomo ama sua madre , ama tutte le donne"

Benoit Poelvoorde è il famoso attore del film di Jaco Van Dormael "Dio esiste e vive a Bruxelles". Attore poliedrico è stato anche il fidanzato conteso di Charlotte Gainsbourg e Chiara Mastroianni in Tre cuori.

In Dio esiste e vive a Bruxelles , scoperto che non le resta molto da vivere , finisce a letto con uno scimmione. Come è stato lavorare con sua suocera (Fidanzato con la figlia ndb)

"E' fantastica : a 72 anni si permette ruoli talmente audaci e comici...Mi piacciono molto le donne della sua età , perché adoro mia madre, che vedo tutti i giorni. Chiacchieriamo a lungo, facendo i lavori domestici a casa mia. Lustriamo l'argenteria , laviamo i pavimenti e scoviamo fino all'ultimo granello di polvere, discutendo di politica, attualità , problemi personali. Ha sempre una soluzione per tutto e pulisce come nessuna , accontentando persino un maniaco dell'igiene come me"


Alla sua età non ha tagliato il cordone ?

" Mia madre è la donna più simpatica del mondo , per questo le dedico molto tempo. Gli attori lavorano poco , hanno hobby costosissimi e amano vedersi tra di loro , in un mondo chiuso. Io invece vivo ancora a Namur , in Belgio, e preferisco fare cose semplici, come pulire la casa con la mia super mamma"

Le sue donne non sono gelose?


"Quando un uomo ama sua madre , ama tutte le donne. Le mie non si sono mai lamentate"


Tornando al film , i cattolici possono accettare l'idea di un uomo così dispettoso?


"Sono cattolico e ho amato questo film : è la parodia di quelli che molti pensano della volontà divina, che non c'entra con tutte le brutture del mondo. Per me Dio è un'entità buona , serve per confrontarti con te stesso e non fare male al prossimo"

Inviterebbe Papa Francesco a vedere il film?

"Certo, sono sicuro che lo adorerebbe e ne capirebbe il senso. E? un uomo intelligente, con una mentalità aperta. E poi, Il Dio cattivo di Van Dormael viene pulito dalla figlia che si vendica togliendogli il potere, mentre la moglie maltrattata si prende la rivincita assistendo al suo fallimento.

Com'è Pili Groyne, la figlia di Dio?

"E' dotata di talento e pazienza. Questo è il suo debutto al cinema , e subito dopo è stata scritturata dai fratelli Dardenne. Nella prima scena che abbiamo girato la dovevo prendere a cinghiate. Ero preoccupatissimo di farle male e Jaco , che tra l'altro è un mio grande amico , continuava a dirmi che non ero abbastanza cattivo. Ad un certo punto mi sono guardato intorno , ho visto sua madre con l'aria spaventata e mi sono reso conto che era una delle mie ex fiamme del liceo"


 Ha avute molte ex fiamme?

"Tantissime : ho fatto una scuola d'arte a Bruxelles , tutti andavano con tutti"

Quando ha messo la testa a posto?

"Mai. Mi piacciono le donne , non è un segreto per nessuno"

E' contento che il film in Italia?

"Mi piace da matti il vostro Paese. Ci sono stato due volte , la prima al matrimonio della mia amica Clotilde Courau con Emanuele Filiberto, una cerimonia grandiosa dove mi sono preso una sbronza monumentale. La seconda volta , qualche anno fa , ci sono stati dieci giorni , ospite a Villa Medici , per scrivere una sceneggiatura con Gilles Lellouche. Roma ci ha catturato con la sua bellezza. Non siamo riusciti a scrivere una riga , e il film non si è mai fatto"
 

lunedì 9 aprile 2018

INTERVISTA A BRIAN ENO "Il mondo è pieno di pessimi artisti umanamente deliziosi e di ottimi artisti insopportabili"


Polistrumentista, compositore, produttore discografico , scultore pittore e videomaker, Brian Eno è tutto questo. Ha traghettato le ricerche di John Cage e La monte Young verso il rock , il compagno di strada di Brian Ferry , David Byrne e David Bowie, e il produttore degli U2. Il 70 enne all’anagrafica Brian Peter George St.John le Baptiste de la Salle Eno.

Colori ipnotici , suoni avvolgenti per Light music : c’è quasi un clima mistico in questa installazione , d’altronde la sua biografia rivela una solida educazione cattolica. Che ruolo hanno avuto nella sua vita i collegi religiosi e la famiglia osservante?

“Molto importante. Essere cattolico in Inghilterra significa appartenere ad una minoranza. Per voi forse è l’opposto , ma lì sei un outsider e anche se nessuno te lo fa notare cresci sentendoti diverso dai tuoi compagni. Io poi appartenevo a una famiglia molto devota e ho un forte ricordo della chiesa frequentata da bambino. Mi piaceva immensamente, ero incantato dalla musica dell’organo, la luce colorata che entrava dalle finestre, la lingua latina che nessuno capisce ma ha un suono bellissimo :“in nomine patri et filii, spiritus sanctiiii aaaameeennnn”. Una messa è un’opera d’arte totale. E io ero un assiduo frequentatore . Ho anche vinto premi di catechismo, sa?”

La vita però poi l’ha portata a frequentare ambienti molto diversi

“Direi di sì. Ma il cattolicesimo è una costruzione mentale e interiore talmente forte che per uscirne devi per forza fuggire il più lontano possibile. E’ una vera lotta”

E cosa l’ha aiutata a (s)fuggire?

“Ho avuto la fortuna di iscrivermi ad una scuola d’arte sperimentale, con insegnamenti laici. Uno in particolare è stato molto importante per me , era ossessionato dalle teorie cibernetiche e nelle sue lezioni univa musica , matematica e una gamma di cose che normalmente non si insegnano in un’accademia. Sono convinto che quelle lezioni siano state la base della mia formazione”

Più che artistica , quindi, una formazione scientifica?

“Entrambe. Anche Kandinsky, Malevic , i suprematisti russi , i futuristi , le teorie del colore sono stati tutti insegnamenti fondamentali per quello che ho fatto dopo. Anche se allora mi gettavo sull’ìarte astratta perché non ero un gran disegnatore e in fondo al cuore pensavo “Beh, Mondrian lo posso fare anch’io, Raffaello certamente no”

La sua ricerca , però, si direbbe più concettuale alla Duchamp, che pittorica alla Kandinsky…

“Sbagliato! Sono sempre stato interessato alla pittura. Mentre interpreto il dadaismo come una battuta, uno scherzo intelligente e sofisticato, uno scherzo e rispunta ciclicamente nell’arte dagli Anni venti agli Young British Artist. Ma la vera bellezza contemporanea arriva dalla scienza. Ed è una rivoluzione che ci lascia esterrefatti e in quanto artisti ci getta in una crisi profonda. Gran parte delle costruzioni immaginarie ci vengono sottratte da una realtà molto più forte di ogni nostra fantasia: il suono dell’universo , l’immagine di una nebulosa, “l’immensamente grande e l’immensamente piccolo”. Sapere che la bellezza dell’universo è generata da atomi che si uniscono insieme e nella loro semplicità generano cose più complesse cambia il nostro modo di pensare. Sono nozioni così potenti da schiacciarci. Più dell’invenzione della fotografia che mise i pittori di fronte a una tragica domanda “Se c’è uno strumento che può copiare la realtà meglio di me , ora io cosa posso fare?”

E Brian Eno che ha pensato di fare?

“ Io imito le regole della fisica . Parto da elementi semplici , per lasciare che combinino in composizione complesse come queste installazioni visive e musicali – con l’aiuto di programmi informatici – si evolvono in continuazione. E sono consapevole di non poter controllare tutto il processo”

Non la disturba la mancanza di controllo?

“In passato un artista era simile a un architetto: doveva disegnare ogni dettaglio, per dare al mondo un’opera finita. In futuro invece sarà più simile a un giardiniere che pianta dei semi e li lascia crescere. Qui per esempio ci sono i miei fiori e il mio modo di intendere la creazione: un’opera viva, che inizia a esistere solo quando entra nella mente e negli occhi di un visitatore . Questo per me è il futuro dell’arte”

Un futuro sempre più tecnologico , quindi?

“Un mio amico diceva che usiamo la tecnologia per quelle cose che non funzionano come dovrebbero. Probabilmente è anche il mio caso. E’ un mezzo per estendere le mie capacità. Se fossi stato un buon pittore probabilmente non mi sarei neanche avvicinato a un computer! Perché in fondo lavoro su progetti visuali , per convincere il visitatore a guardare uno schermo con la stessa attitudine che avrebbe di fronte a un dipinto. Cerco di costruire un progetto che susciti empatia , silenzio, lentezza. In controtendenza con i valori di velocità e flessibilità che questo sistema di vita e lavoro oggi ci impone”

E che a lei non piace , visto che sostiene il laburista inglese Jeremy Corbyn, che si batte per il salario minimo e non nasconde l’antipatia per il neo-liberalismo

“E non sono il solo. Mi sembra di assistere a un crollo di fiducia verso questo sistema economico. L’ascesa di figure come Corbyn in Inghilterra o di Bernie Sanders in America, ovvero – dall’altra parte – di Donald Trump e Marine Le Pen sono tutti i sintomi di un’insofferenza collettiva. Come britannico spero in un ritorno a una sana idea di welfare. Quella che abbiamo sperimentato nel dopoguerra e che ha funzionato davvero molto bene”

Eppure siamo in una galleria, al centro di un sistema dell’arte che tra fiere e aste da record è in qualche modo lo specchio fedele di quest’economia…

“Non conosco questo mondo , non frequento le aste e neanche le mostre. Sono innocente!”

Almeno l’esposizione dedicata al suo amico David Bowie al Victoria&Albert l’avrà vista

“L’ho vista . Ero molto affollata e , se devo essere sincero fino in fondo, non mi ha molto interessato. Troppi feticci. Non ha senso per me una bio-mostra, che sia sui David o Andy Warhol. Non mi interessa l’uomo , mi interessa l’opera. Il mondo è pieno di pessimi artisti umanamente deliziosi e di ottimi artisti insopportabili. Quella era una tipica mostra blockbuster, di quelle che servono ai musei per riequilibrare i bilanci in tempi di dura crisi come questi”

Mister Eno, ma lei è un ottimista?

“Nel lungo termine . Diciamo che le cose si metteranno meglio tra un secolo e due. Ma per i prossimi 25 anni non c’è molto da stare allegri”

Quindi torniamo alla religione: più che dosi di ottimismo , servono atti di fede?

“Non sono più religioso. Mi consola invece l’idea che questa meraviglia che chiamiamo mondo venga dal nulla. Da cose infinitesimali che si sono messi insieme per creare ricchezza , varietà, complessità. E al culmine di questo processo ci siamo noi. Il cervello umano , la cosa più complessa che il caso ha creato. Niente nell’universo è più spettacolare di un uomo e non c’è un essere superiore a noi. Non c’è un dio onnipotente che ci comanda , a cui dare colpe e meriti. Siamo noi, dio. Siamo noi responsabili del mondo. La scienza lo ha dimostrato. E’ ora di diventare adulti”
 

lunedì 26 marzo 2018

INTERVISTA A PIF "Fino a quando ci sarò io come attore nei miei film non mi prenderanno mai sul serio"


“Fino a quando ci sarò io come attore nei miei film non mi prenderanno mai sul serio. Però, intimamente, spero che mi raffino un po’ di più, se divento più bravo, prima o poi il mio linguaggio verrà accettato anche ai miei festival”
Dice così , ma intanto La mafia uccide solo d’estate , tre anni fa, è stato un successo clamoroso. E lo scorso novembre su Rai uno c’è stata una serie ispirata al film
La serie è bellissima. Lo posso dire perché non l’ho diretta io , ho scritto solo il soggetto e ho fatto la voce fuori campo”
In guerra per amore sembra un po’ il prequel della Mafia uccide solo d’estate ,  che era ambientato tra gli Anni Settanta e Novanta. Il terzo sarà un sequel?
Potrei fare un film di fantascienza, con i mafiosi che arrivano su Marte (ndb ride) che dice? Peccato che la fantascienza non mi piace”
Come ha vissuto la fase di passaggio tra la realizzazione del primo film e la realizzazione del secondo?
“E’ stato un momento glorioso ma anche un po’ distruttivo. Io venivo da una popolarità legata alle Iene e al programma Il testimone , cose di nicchia. Improvvisamente, dopo il film, chiunque mi cercava, chiunque mi riconosceva mi voleva parlare. Ho eliminato da Facebook la funzione dei messaggi diretti perché ricevere tutta quella posta e non riuscire a rispondere mi metteva addosso un’ansia mostruosa”
Che cosa consiglierebbe a Gabriele Minetti , il regista di Lo chiamavano Jeeg Robot, che probabilmente sta vivendo  un  periodo simile
Gli direi quello che mi disse Fabri Fibra una volta che lo andai a intervistare. Non bisogna perdere la propria purezza , non bisogna farsi distrarre e bisogna tornare al lavoro , nel caso di Fabri alla musica , nel nostro cinema , quanto prima”
Tra un film e l’altro lei ha diretto Ridendo e scherzando , un’intervista –documentario con Ettore Scola . E , infatti, il film è dedicato a lui
“E’ stata un’esperienza bellissima ma che mi ha anche spezzato il cuore perché faccio ancora a fatica a pensare che non ci sia più. L’ho frequentato solo per un anno , ma quando è mancato ho pianto moltissimo. L’ultima volta che ci siamo visti fu una domenica , a pranzo, con la moglie e le figlie . Ricordo che stavo per rinunciare ad andare al ristorante perché era impossibile trovare il parcheggio . Alla fine misi la macchina in seconda fila , una cosa che detesto, per passare un po’ di tempo con lui. Non l’avessi fatto , oggi avrei l’enorme rimpianto di non averlo salutato quel giorno”
Lei si firma Pierfrancesco Diliberto come regista e sceneggiatore ma Pif come attore. Perché?
“Perché Pif è  solo un soprannome nato durante le Iene , me lo diede Marco Berry”
A casa come la chiamano?
“Pierfrancesco, Pier”
E le fidanzate?
“A parte che l’unica vera fidanzata che ho avuta è stata Giulia (Innocenzi Ndb), non le posso dire il soprannome con cui mi chiamava. Oltre a noi due , lo sa Salvo Ficarra e mi ricatta”
Adesso è single?
“si”
Felicemente?
“Mah. Se si è felici è meglio essere in due , la felicità va condivisa”
Il suo ultimo film è molto romantico?
“Il che è piuttosto strano perché in realtà io sono un po’ anafettivo”
Addirittura
“Sono andato a vedere che cosa significa esattamente. Un anaffettivo è uno che i sentimenti li ha ma non riesce a esprimerli. Probabilmente io ci riesco solo con il cinema”
E’ sempre stato così
“La gente non ha mai capito che cosa pensassi veramente perché la mia faccia corrisponde mai ai miei pensieri. Da giovane mi sono innamorato di ragazze che non si sono mai nemmeno accorte di come le guardassi. Sul lavoro mi sfogo , ma nel provato sono molto tranquillo e un po’ chiuso.  A mia madre ogni tanto qualcuno dice “eh , con quel figlio lì , chissà a casa che fuochi d’artificio”. E invece, niente