martedì 28 agosto 2018

INTERVISTA AL CRITICO ALESSANDRO PORTELLI “Che m’importa che (Bob) Dylan non ci abbia creduto? Ci ho creduti io”.


Nel 1964 Alessandro Portelli , collaboratore di un programma di Radio Uno , manda in onda A Hard Rain’s Gonna Fall. Per la prima volta una canzone di Bob Dylan alla radio italiana. Alessandro Portwlli scrive il libro Pioggia e veleno. Hard Rain inserita nell’album The Freewheelin’ Bob Dylan “La più grande canzone di protesta “un’epopea di sette minuti che annuncia un’apocalisse a venire” come la definì Rolling Stone. Attraverso la canzone di Dylan , Portelli racconta gli anni della scoperta della canzone folk americana.
Un critico americano ha scritto che tutti ricordano dov’erano quando hanno ammazzato Kennedy. E che magari molti ricordano la prima volta che hanno ascoltato Dylan. Lei se lo ricorda?
“Perfettamente. Al liceo trascorsi un anno di studio negli Stati Uniti. Tornato in Italia , era il Natale del 1963, i miei amici americani mandarono un regalo. In the Wind, del trio Peter Paul and Mary. L’ultima canzone dell’album si intitolava Blowin’ in the Wind. Rimasi folgorato. Cercai di capire che fosse l’autore, ma sull’etichetta c’era solo indicazione: “Dylan”. L’anno successivo un mio amico tornò dagli Usa con un disco di Joan Baez e anche qui c’era una canzone meravigliosa. With God on Our side. L’autore era sempre lo stesso: il misterioso Dylan. Così quando il capoufficio al Cnr dove allora lavoravo, andò negli Stati Uniti, gli chiesi di portarmi qualsiasi cosa trovasse di questo Dylan. Tornò con Times They are a Changing. Lo misi sul giradischi, a casa. Fu un’esperienza incredibile. Era una voce che ti portava in una dimensione della realtà completamente nuova. Mio padre fece irruzione in camera mia e chiese di levare quella “vociaccia”. Da quel momento, non sono più riuscito ad ascoltare le “belle voci”, in senso classico”
Cosa aveva ascoltato fino a quel momento?
“Harry Belafonte, Perry Como, Elvis Presley, Il Kingston Trio. Nella mia testa di liceale di Terni, cresciuto in una famiglia tutto sommata moderata, rappresentavano l’immaginario dell’altrove, che fu poi la ragione per cui presi quella borsa di studio e andai negli Stati Uniti. Ma tra fine Cinquanta e inizi Sessanta arrivava in Italia pochissima musica popolare americana. Non si sapeva praticamente nulla”
Bob Dylan ha attraversato molte fasi nella sua vita di artista. Da quella prima volta nel 1963, è cambiato il suo ascolto di Dylan?
“E’ inevitabile. Dylan è sulla scena da almeno 56 anni. Sono due generazioni. Per un ragazzo, ascoltare Dylan negli anni 90 era un’esperienza molto diversa dalla mia del 1964. Il mio era un Dylan politico, legato alla protesta e al folk festival. Già dalla metà degli Anni Sessanta, con il concerto a Newport la rivoluzione rock, la sua musica cambia. E’ allora che le nostre strade si separano”
In che senso?
“Nel senso che mentre Dylan si allontanava dalla politica, io mi ci buttavo completamente. Ovviamente, ho continuato ad ascoltarlo”
Deluso?
“No perché? Ci fu un articolo su Linus, in cui si diceva che Dylan ci aveva preso in giro, che non credeva davvero a quello che scriveva. Scrissi all’autore dell’articolo, gli dissi “Che m’importa che Dylan non ci abbia creduto? Ci ho creduti io”. A parte che non penso che uno possa avere scritto The Lonesome Death of Hattie Carroll senza averci creduto”
L’imprendibilità è uno dei tratti più distintivi della personalità di Dylan?
“Una delle forme di resistenza di Dylan è resistere a ogni forma di interpretazione. Anche il modo in cui si trasforma l’interpretazione delle sue canzoni più famose, a ogni concerto, è una forma di resistenza all’interpretazione. Sul muro del Bob Dylan Cafè di Shillong, India c’è la sua famosa frase “Non posso essere altro che me stesso. Chiunque io sia”
Questa ambiguità riguarda anche la canzone oggetto del suo libro, A Hard Rain’s a Gonna Fall
“Dylan disse di averla scritta durante la crisi dei missili di Cuba (non era vero, l’aveva scritta qualche mese prima) ma ha spesso negato che la “pioggia dura” avesse a che fare con la bomba atomica. E’ comunque vero che nella canzone il dato storico si trasforma in archetipo e quindi A Hard Rain si rinnova a ogni ascolto. Nel testo Dylan parla di “spade taglienti in mano ai bambini”; a me oggi vengono in mente i bambini soldato della Sierra Leone. La canzone dice che “la faccia del boia è sempre ben nascosta” e oggi pensiamo ai poliziotti in assetto antisommossa. Il ragazzo protagonista di Hard Rain ha poi gli occhi azzurri. Non è soltanto un riferimento all’innocenza, è anche un dato etnico. Il ragazzo è scioccato perché il futuro che gli è stato promesso non ci sarà. Ma, come diceva Toni Morrison, i neri non hanno gli occhi azzurri. A me oggi vengono in mente i profughi alla frontiera; nemmeno loro hanno gli occhi azzurri. La promessa di futuro non è per tutti”
Hard Rain è appunto la storia di un ragazzo che vaga per un mondo devastato. Vede tristi foreste e oceani morti e sangue che sgocciola dai rami. Perché Hard Rain è così importante nella produzione di Dylan?
“Perché illustra il suo essere all’incrocio tra passato e futuro, tra il folk e rock, tra una storia profonda di memoria popolare – la ballata appunto – e un futuro tutto da immaginare. Dylan è il punto di incontro tra musica popolare e letteratura, oralità e scrittura, performance e testo. Gli hanno dato il Nobel perché avrebbe rinnovato la grande tradizione della canzone popolare americana. In realtà, Dylan fa molto di più. Salda memoria storica collettiva e un immaginario modernistico profondamente personale”
Cos’è il modernismo di Dylan?
“Dylan è modernista nel senso in cui lo sono Pound,Eliot, Yeats,Conrad. Vede la storia come catastrofe, come terra desolata di decadenza e sconfitta. E’ una visione disperate che esprime una critica radicale al presente – ed è per questo che gli autori modernisti, spesso politicamente reazionari, piacciono a sinistra”
Un’ultima domanda, Nel libro lei scrive che la canzone di Dylan che ama di più è When the Ships Comes in. Perché?
Per ragioni affettive. L’ascoltai in quel disco che mi portarono dall’America. E poi perchéè il contrario di Hard Rain: è piena di immagini di luce, di natura che si spalanca, e c’è il riferimento a Davide che sconfigge Golia, che a uno come me, che si preparava a essere travolto dal Sessantotto, faceva un certo effetto. Oggi, quando Dylan la canta, dice che i Golia si sono moltiplicati e fanno cose più crudeli ma che Davide alla fine vincerà. Io ho qualche dubbio in più, ma stiamo a vedere”
 

lunedì 20 agosto 2018

INTERVISTA A VIOLA DAVIS " La maggior parte delle donne che subiscono abusi- fisici, emotivi, psicologici – ha un’istruzione superiore. Non tutte siamo nate sicure e capaci di prendere sempre le decisioni migliori"


Viola Davis , una lunga gavetta come attrice alle spalle , con una prima nomination nel 2009 per Il Dubbio. Nel 2012 ricevette la seconda per il suo indimenticabile ruolo per The Help, la domestica Abileen Clark. Nel 2015 portandosi a casa Emmy Award per migliore attrice disse sul palco “La sola cosa che separa le donne di colore da tutte le altre è l’opportunità. Non puoi vincere un Emmy per ruoli che semplicemente non esistono”. Viola Davis è Annalise Keating per “Le regole del delitto perfetto” Serie Tv in onda su Sky.

 

Che cosa le piace e che cosa, invece, non sopporta di Annalise?

“Di lei mi piace tutto: mi piace la sua forza, e anche il fatto che sia meravigliosamente complicata e senza filtri. Io, Viola, se fossi lei andrei all’analista e cercherei di fare un po’ d’ordine nel casino che ha dentro. Ma mi piace anche che lei non lo faccia. Io, più invecchio, più mi conosco. E mi do sempre più il permesso di essere chi sono. Annalise invece è sempre stata chi è, anche se questo danneggia le cose e le persone che la circondano.

Però è anche una donna che indossa le maschere. Pensa che sia un atteggiamento tipicamente femminile?

“Assolutamente. E’ nella nostra storia che risale al corsetto: un indumento usato per confinarci e per farci apparire in un certo modo. Le donne sono sempre state confinate, si è cercato di nascondere chi siamo e di renderci più accettabili nei confronti della società e dei maschi, perché facciamo paura. Ed è ancora così, soprattutto in Tv. Anche se ci sono donne che cercano di avere un’immagine forte, sono tutti comunque molto sessualizzate, belle, perfette. A me, di queste donne, interessa l’attimo in cui sono sole in camera loro e si tolgono il trucco, quel momento forse l’unico, in cui sono vere. Perché nel resto del tempo lo sappiamo tutti che vediamo è una bugia”

Prendendo ancora spunto da Annalise per parlare d’altro: la vediamo alle prese con un marito abbastanza orribile di cui però, ammette lei stessa, ha molto bisogno. E’ un compromesso insito nel matrimonio?

“No, è una debolezza. Conosco moltissime donne meravigliose e istruite – e io sono stata una di quelle – che continuano a stare con uomini che non vanno bene per loro. La maggior parte delle mie amiche sono in questa situazione”

Perché secondo lei?

“Perché dipendiamo da questi uomini, perché pensano di non poterci meritare di più. La maggior parte delle donne che subiscono abusi- fisici, emotivi, psicologici – ha un’istruzione superiore. Non tutte siamo nate sicure e capaci di prendere sempre le decisioni migliori”

Ha raccontato di essere cresciuta in una famiglia con molte difficoltà, soprattutto economiche. Che cosa le è rimasto di quella bambina, ora che la situazione è completamente diversa?

“Moltissime cose, e prima fra tutte la capacità di accettare. I giorni difficili e la gioia, il dolore, tutto: Perché è la mia vita. Il dolore che ho provato mi ha insegnato tante cose: a essere una persona forte, a riconoscere l’amore anche quando sembra non esserci, e che la felicità è una scelta. Il mio passato mi ha fatto anche diventare attiva nell’iniziativa Hunger Is. Diciassette milioni di bambini americani soffrono ancora la fame. E molti altri mangiano male, anche se vivono in famiglie in cui i genitori hanno uno stipendio, ma dopo aver pagato l’affitto e le bollette, rimane poco per il cibo. Raccontiamo che l’America è il più grande paese del Mondo, e allora questa situazione deve cambiare. Io sono stata uno di quei bambini affamati: andavo a scuola alle 8 del mattino senza aver fatto la colazione e tra mezzogiorno e l’una non riuscivo a stare sveglia perché avevo fame. L’unico cibo che mangiavo era quello che mi davano alla mensa scolastica. E quando la scuola finiva dovevo andare in parrocchia, dove offrivano piccoli pasti a chi ne aveva bisogno. Pensavo al cibo ininterrottamente, ero ossessionata. Partecipare a quest’iniziativa è il mio modo di restituire qualcosa alla bambina che sono stata”

C’è voluto tempo per accettare il suo passato?

“Certo, come per ogni cosa che mi riguarda. Ci è voluto e ci vuole ancora tempo per accettare il mio corpo”

Lei è molto attiva contro le discriminazioni di Hollywood nei confronti delle attrici afroamericane. Qualcosa sta cambiando?

“Penso che le cose siano migliorate molto ultimamente, soprattutto in Tv. E’ arrivato anche per noi nere il momento di brillare e far vedere chi siamo. Mi sembra che Hollywood sia pronta per questo cambiamento, e se non lo è dobbiamo andare avanti comunque. Bisogna cominciare a chiedere e pretendere. Sta a noi”

Ha fatto molta gavetta prima di arrivare al successo. Come vede ora quella lunga strada?

“La fatica dà al tutto un sapore più dolce. Il 90 per cento dei miei colleghi non ha lavoro. Ci sono 500 mila attori iscritti al mio sindacato, meno di 700 guadagnano più di 50 mila dollari l’anno. Io mi considero benedetta”

Che rapporto ha con il fatto di essere diventata famosa?

“Non mi preoccupo più di tanto, anche se sono piuttosto timida e, al contrario di mio marito (l’attore e produttore Julius Tennon ndb), non proprio un animale da società. Non mi piace essere fotografata, è stato difficile per me accettare che è una parte del mio lavoro. Quando vorrei scappare in camera mia a leggere un libro devo sforzarmi di ricordare che sono fortunata per tutto questo”

Lei ha una figlia di quattro anni, Genesis, che tipo di madre è?

“Non ho idea, spero di essere una mamma creativa. Sicuramente cerco di aiutarla a essere chi vuole essere, di farla volare. E non la giudico mai, anche se è una bambina molto eccentrica”

E Genesis cosa pensa di questa mamma famosa?
“Dice che vuole fare l’attrice. Dice “voglio essere cattiva, e poi triste, e poi cattiva e triste insieme”. Le piace questo del recitare, ha già capito tutto”