lunedì 17 settembre 2018

INTERVISTA AD ALESSANDRO BORGHI “Non mi piace un lavoro dove il massimo della capacità che ti è richiesta è di essere bello, non è una cosa su cui c’è molto da lavorare”


Alessandro Borghi , nato a Roma , tra Magliana e Garbatella, è un attore. Famoso per il ruolo Non essere cattivo e il criminale Numero 8 in Suburra.

Come è finito nel film Non essere cattivo: storia intensissima, violenza, tossica, di amicizie vere e pericolose, di amori che salvano e atri che rovinano?

“Mi hanno chiamato a fare un provino con Valerio Mastrandrea (produttore del film ndb). Ho pensato: se le battute le alza Mastrandrea , sbagliare è praticamente impossibile. Poi ho conosciuto Luca Marinelli, che nel film interpreta Cesare, e tra noi è scattata un’alchimia davvero speciale, funzionavamo, in un certo senso Cesare e Vittorio erano già nascosti dentro di noi. Ho capito che la parte era mia quando Caligari ( il regista purtroppo scomparso prematuramente ndb)ha detto a Mastrandrea “Fallo dimagrire”

Vittorio è un bellissimo personaggio, un uomo che cammina in bilico tra il bene e il male, costantemente attratto tra due e tutte le cose

“Si, è un personaggio che è stato meraviglioso interpretare. Gli sono grato e gli voglio bene perché mi ha permesso di raccontare tutte e due gli aspetti dell’animo umano. Durante le riprese io e Luca Marinelli abitavamo insieme, e questo ha fatto sì che Vittorio e Cesare fossero così uniti. Ci portavamo a casa un po’ di loro e portavamo sul set un po’ della nostra amicizia. Io e Luca in realtà non ci siamo mai drogati. Ma a parte questo, Vittorio è entrato dentro di me fino a dimenticare di essere Alessandro. Quando abbiamo battuto l’ultimo ciak, sapendo che Luca sarebbe ripartito per Berlino, dove vive, e che avremmo dovuto togliere quei vestiti anni Novanta, mi sono chiesto: e adesso cosa faccio?”

E cosa ha fatto?

“Niente, ho tenuto caro il grandissimo messaggio di speranza che secondo me il film regala. Ma è un’interpretazione soggettiva, perché non sappiamo di che sarà di Vittorio. Pasolini diceva che il lavoro nobilita, questo film si interroga. E’ davvero così? C’è chi preferisce vivere senza regole, seguendo gli istinti, piuttosto che omologarsi a un modello in cui però non riesce a trovare un posto, una felicità”

Quindi c’è voluto tempo per uscire dai quei panni?

“Molto. Ho capito che cosa intendono gli attori americani quando dicono che i personaggi rimangono addosso. In fondo recitare è giocare con l’anima, può anche essere un gioco pericoloso”

Lei quando ha cominciato questo gioco?

“A 16 anni ho cominciato a fare il modello, ma devo essere onesto: non faceva per me. Non mi piace un lavoro dove il massimo della capacità che ti è richiesta è di essere bello, non è una cosa su cui c’è molto da lavorare, diciamo. Poi ho cominciato a fare lo stuntman, perché un amico era nel giro e i soldi mi facevano comodo. Poi un giorno, avevo 18 anni, un tizio mi ferma mentre esco dalla palestra e mi dice: vieni a far un provino, per Distretto di Polizia abbiamo bisogno di una faccia come la tua. Io gli ho dato il numero ma non sono andato all’appuntamento. Il giorno stabilito mi chiama la produzione: ti stiamo aspettando, vieni. E così è cominciata, una cosa ha tirato l’altra e io mi sono addormentato e mi sono risvegliato a Venezia”

Quindi lei è la dimostrazione che la recitazione non è una chiamata

“Non è una chiamata, ma non si può imparare. E’ richiesta una condizione di base che o ce l’hai o non puoi inventarla: erano disposti a entrare in relazione con i propri sentimenti. Come chi fa il chirurgo non deve aver paura del sangue, chi fa l’attore non può temere le dinamiche della vita. Recitare l’empatia è la morte della recitazione”

Questo successo abbastanza improvviso la spaventa?

“No, io ci ho sempre creduto. E sono andato avanti con determinazione, anche quando le partiche facevo erano troppo veloci e troppo superficiali per poter davvero tirare fuori le mie capacità. Il problema della televisione è questo: che si fanno storie ancora pieno di cliché, io penso che ci vorrebbe più di coraggio. Credo che il pubblico televisivo, di fronte a serie più coraggiose e originali, non scenderebbe in piazza con i forconi, perché la gente si abitua a quello che tu dai. Però adesso sento che qualcosa sta cambiando: vedo talenti nuovi, giovani, anche la scrittura che è un po’ il nostro problema”

Fuori dalle parti che tipo è?

“Normale: ho una mamma cuoca, un papà impiegato, un fratello che è la copia di me ma più piccolo, una fidanzata che fa la ballerina e con la quale non abito perché ha troppi costumi di scena: se entrano loro, esco io. Ma ci stiamo attrezzando, la porterò a stare nella mia casa alla Garbatella, era di mio nonno e io ci sono legatissimo. In quale altro posto le signore si mettono in strada con sedie e tavolino a giocare a tresette?”

Da Venezia postò su Facebook: i sogni si avverano?

“Insomma Johnny Depp ha fatto il red carpet, lo stesso red carpet, dopo di me. Se possiamo fare questa cosa insieme vuol dire che ne possiamo fare anche altre no?Io ci credo che i sogni si avverano, se lo vuoi”

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